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SPY FINANZA/ La "finta" guerra in Ucraina e la vera punizione per l'Italia

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Allarmismo? Non per ora, nonostante l’indice S&P sia salito del 22% da inizio anno: «Il mercato può regalare ancora buoni guadagni - ha commentato Kate Warne, investment strategist per Edward Jones, al Financial Times -. Non è ancora arrivato il momento di spostarci ai margini. Si ottengono di solito buoni ritorni negli step finali di una fase toro». Step finali, avete letto bene. E se arriva una correzione, cosa implicita nei numeri, l’Italia ha poco di che stare allegra, visti i dati emersi ieri. Nel 2013, il nostro Pil ha infatti registrato un calo dell’1,9% rispetto al 2012, portandosi a un livello leggermente al di sotto di quello registrato nel 2000. Lo ha comunicato l’Istat, sottolineando che i dati finora disponibili per i maggiori paesi sviluppati mostrano un aumento del Pil in volume negli Stati Uniti e nel Regno Unito (1,9% per entrambi), in Giappone (1,6%) e in Germania (0,4%). Il debito pubblico, poi, è salito al livello record del 132,6% del Pil nel 2013 dal 127% del 2012, mentre l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche, misurato in rapporto al Pil, è risultato pari al 3%, stabile rispetto all’anno precedente. Sempre lo scorso anno la pressione fiscale complessiva (l’ammontare delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in rapporto al Pil) in Italia è risultata pari al 43,8%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al 2012: diciamo che non c’è proprio di che stappare lo champagne.

Anche perché le entrate totali delle amministrazioni pubbliche, pari al 48,2% del Pil, sono diminuite nel 2013 dello 0,3% sull’anno precedente (+2,5% nel 2012). Nel dettaglio, le entrate correnti hanno registrato un contrazione dello 0,7%, attestandosi al 47,6% del Pil. In particolare, le imposte indirette sono diminuite del 3,6%, riflettendo prevalentemente il calo del gettito Imu, dell’Iva e delle accise. Le imposte dirette sono risultate in crescita dello 0,6%, essenzialmente per effetto dell’aumento dell’Ires e dell’imposta sostitutiva su ritenute, interessi e altri redditi da capitale. Infine, la spesa per consumi finali delle famiglie residenti ha segnato nel 2013 una contrazione in volume pari al 2,6% che si aggiunge a quella ancora più accentuata registrata nel 2012, pari al 4%. Il calo dei consumi è stato particolarmente marcato per i beni (-4%), mentre la spesa per i servizi è diminuita dell’1,2%. In termini di funzioni di consumo, le contrazioni più accentuate hanno riguardato la spesa per sanità (-5,7%) e quella per vestiario e calzature (-5,2%), mentre si è contratta del 3,1% la spesa per gli alimentari.

Insomma, un disastro dal punto di vista macro. Ma si sa, certe notizie è meglio non farle circolare troppo. Quindi, via libera a paginate sulla Merkel che chiama Obama e si offre di dar vita a un “gruppo di contatto” ma silenzio su un’altra, contemporanea iniziativa tedesca che potrebbe riverberarsi e pesantemente sul nostro destino a breve termine. Mantenendo - anzi, accentuando - la sua linea di rigidità e temendo che l’Italia possa chiedere qualche concessione sui suoi conti, Berlino ha attaccato in via preventiva la Commissione europea per aver fatto ultimamente troppe aperture non dovute ai paesi non virtuosi. In un documento scritto con la Finlandia, partner di ferro della cancelliera Angela Merkel nella battaglia per il rigore, la Germania ha infatti accusato la Commissione di aver cambiato il modo con cui valuta se gli Stati membri hanno intrapreso “azioni efficaci” per rispettare le regole europee di bilancio. Secondo le due capitali, cambiare il metodo di valutazione comporta il rischio di indebolire le regole approvate in questi ultimi anni per rafforzare la sorveglianza, proprio in uno stadio iniziale della loro applicazione.

Dura la replica della Commissione: «Il metodo per valutare le azioni che portano a una procedura per deficit eccessivo è in uso da oltre un anno ed è stato introdotto con una discussione approfondita con gli Stati membri», ha spiegato Simon O’Connor, portavoce del commissario agli affari economici, il mio amico Olli Rehn. Insomma, la Germania sapeva e non ha detto nulla in fase di ridiscussione. Ma l’attacco tedesco alla metodologia di calcolo è solo un pretesto per riportare l’attenzione sulle concessioni che Bruxelles di recente ha fatto a paesi come Francia, Spagna e Olanda, mal digerite da Berlino che ora teme un’apertura anche ad altri, magari proprio all’Italia, il cui nuovo governo non ha mai fatto mistero di voler ridiscutere i vincoli europei (e guarda caso Matteo Renzi il 17 marzo sarà proprio a Berlino dalla Merkel con la lista dei spesa dei compitini fatti e quelli da fare).


COMMENTI
04/03/2014 - No problem con Renzi #italiastaiserena (Carlo Cerofolini)

Con Renzi #italiastaiserena e quindi perché preoccuparsi. Siamo in una botte di ferro. Sì come Attilio Regolo!