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GEO-FINANZA/ Così la crisi ucraina mette "all'angolo" Germania e Italia

Pubblicazione:mercoledì 5 marzo 2014

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Appare ormai piuttosto evidente che la politica adottata dall’Ue, in particolare dalla baronessa Catherine Ashton, è stata drammaticamente sbagliata e più che amatoriale essa sembra essere stata condotta in malafede fin dalla sua apparizione al fianco dei manifestanti il 21 novembre 2013. Incomprensibile è la posizione dell’Ue che dopo la mediazione dei ministri degli esteri tedesco, polacco e inglese con il presidente Yanukovich portò alla firma del decreto per le elezioni anticipate (21 febbraio 2014), nulla ha eccepito quando poche ore dopo i “manifestanti” hanno preso il potere costringendo il presidente eletto alla fuga. Estremamente preoccupante è il silenzio dell’Ue rispetto alla decisione adottata dal parlamento ucraino che ha abolito il bilinguismo russo-ucraino (27 febbraio 2014). Da ultimo, dopo aver minacciato le sanzioni contro la Russia accusata di “invasione”, l’Ue non ha ancora trovato un accordo operativo, perché Londra ospita numerosi oligarchi russi e ucraini che hanno investito nella City le loro enormi ricchezze, e la Germania teme che l’escalation del confronto con la Russia porti alla chiusura delle forniture di gas da parte di Gazprom. Insomma, una serie di sconfitte politiche e di errori di valutazione che fanno dubitare dell’utilità stessa dell’Ue.

La veemenza delle parole pronunciate dal segretario di stato americano, John Kerry, “isolare economicamente la Russia”, sembra avere un solo effetto: indebolire le capacità negoziali tedesche e italiane, mettendo in scacco l’Ue come già avvenne nel 1992 con la guerra in Jugoslavia. Sono passati 22 anni, e ancora una volta un’Amministrazione democratica americana ripete lo stesso schema di azione per impedire all’Europa di risolvere i suoi problemi di integrazione e unificazione. Non è un caso che Victoria Nuland, la vice di Kerry che ha pronunciato la frase “che l’Ue si fotta”, sia di origini moldave oltre a essere una protetta di Madelaine Allbright, Segretario di stato democratico ai tempi della Jugoslavia, e a essere sposata con un falco neocon, Robert Kagan. Tutto questo mette una pesante ipoteca sulla politica estera di Obama che pretende di lasciare agli europei “il costo” del salvataggio dell’Ucraina. Oggi gli Usa hanno offerto la magica somma di 1 miliardo per l’Ucraina, che invece ha bisogni immediati di circa 35 miliardi e nel medio termine di oltre 200 miliardi.

Sul piano geofinanziario - forse la vera guerra a cui si riferiscono le parole di Kerry - si ricordano le mosse dei giganti petroliferi Chevron, Exxon e Shell in Ucraina, Polonia e Romania, con la conclusione di grandi contratti per l’estrazione di gas di scisto, tra il 2012 e il 2013. Contratti per decine di miliardi di dollari per rendere sempre meno necessaria “l’amicizia” tra Russia ed Europa in materia energetica. Questa questione è ben nota all’italiana Eni e all’allora governo Berlusconi. È proprio attorno alla delicata questione energetica europea che si sviluppa l’attrito maggiore con la Russia. Mentre Italia e Germania condividono interessi simili, il resto dell’Occidente può permettersi più facilmente una politica anti-russa, sfruttando convenientemente la crisi ucraina. I due paesi già sconfitti nella Seconda guerra mondiale rischiano di essere nuovamente sconfitti nella “più grave crisi del XXI secolo”. Resta da vedere se la vecchia logica americana del “containment” prevarrà oppure se finalmente alcuni paesi europei dichiareranno la propria neutralità e si dichiareranno pacifisti. L’Italia dovrebbe seriamente pensarci.

La partita energetica (la situazione è riassunto nella cartina a fondo pagina) non è solo geopolitica ma soprattutto geofinanziaria. Infatti, gli enormi flussi di denaro che movimenta l’energia, secondo gli Usa, devono essere ri-diretti verso l’Occidente, particolarmente a sostegno del dollaro. Questa strategia rientra nel quadro di consolidamento Usa-Ue che si è sviluppato attraverso le acquisizioni borsistiche Ice-Nyse-Euronext, e di recente con i negoziati, ancora aperti, per la realizzazione della zona di libero scambio transatlantica, denominata Ttip.


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