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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I nuovi subprime che fanno tremare gli Usa

Ci sono diverse ragioni, almeno 5 ci spiega MAURO BOTTARELLI, per pensare che la Federal Reserve debba mettere da parte il taper che garantisce liquidità ai mercati

Janet Yellen (Infophoto)Janet Yellen (Infophoto)

Ho una netta impressione, cari lettori: sta arrivando un nuovo Qe da parte della Fed. O, quantomeno, come anticipato dal numero uno, Janet Yellen, si potrebbe tornare a una manovra di stimolo full-force di 85 miliardi al mese, bloccando il “taper” in nome del maltempo che ha flagellato gli Usa in questo inizio anno e che ha sensibilmente rallentato il dato di crescita atteso nelle previsioni. Ci sono parecchi indizi che mi fanno propendere per questa ipotesi. Il primo, su cui non mi soffermo troppo, è il livello record del “margin debt” a Wall Street, un livello che se portato a fisiologica correzione dal mercato schianterebbe mezzo mondo, si parla di almeno un -20% e quindi occorre pompare ancora un po’ di liquidità per cercare di sgonfiarlo in maniera controllata. E, nel frattempo, fare ancora un po’ di soldini facili.

Il secondo ci giunge dritto dritto da niente meno che Goldman Sachs, il cui February Final Global Lending Index ci parla di un ciclo industriale globale in fase di rallentamento, con un momentum positivo ma in decrescita. Pur restando pacatamente ottimista, Goldman non solo sposa la vulgata del “blame the weather” per giustificare il rallentamento, ma è costretta ad ammettere, come dimostra il grafico a fondo pagina, che l’indice macro Usa da inizio anno a oggi è il peggiore dal 2008.

Il mitologico “Swirlogram” non mente mai: siamo passati da rallentamento a contrazione, alla faccia dei triliardi di dollari spesi dalla Fed per cercare di innescare una ripresa mai realmente arrivata. Per Goldman, a livello globale, nel mese di febbraio si sono registrati solo due dati positivi: l’aggregato Global Pmi è cresciuto dopo il calo di gennaio e la ratio magazzini/vendite giapponese ha conosciuto un miglioramento sostanziale. La lista dei dati negativi è invece infinita: l’indice dei metalli industriali Gsci è calato, sono aumentate le richieste iniziali di disoccupazione negli Usa, male il Baltic dry index e il Belgian&Nederlands manufacturing survey. E ancora, giù la fiducia dei consumatori a livello aggregato, i nuovi ordinativi a livello globale come dato aggregato e male anche l’export coreano. Insomma, ancora un po’ di manovra espansiva farebbe comodo.

Terzo, è di ieri la notizia del collasso dell’indice Ism Services, sceso a 51,6 contro le attese di 53,5, in netta contraddizione con il recente aumento (non poco sospetto) dell’indice manifatturiero. Inoltre, il sub-indice dell’occupazione è letteralmente crollato a 47,5 da 56,4 (massimo da novembre 2010), il peggior dato dal marzo 2010 e il tonfo peggiore dal fallimento di Lehman Brothers, come dimostra il secondo grafico a fondo pagina. Insomma, l’occupazione - vera dinamo del “taper” - non riparte. Anzi, scende ai minimi da quattro anni.