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BANKITALIA/ Il rischio di una seconda "svendita"

La Commissione europea ha chiesto chiarimenti all’Italia sul dl Bankitalia. MARIO ESPOSITO ci spiega perché il Governo dovrebbe intervenire per modificare il provvedimento

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

La notizia che la Commissione Ue ha chiesto alle autorità italiane “maggiori informazioni sul decreto legge del 30 novembre 2013 che introduce cambiamenti nel capitale e negli azionisti di Bankitalia, per valutare se contiene aiuti di Stato ad alcune banche” non può suscitare alcuna meraviglia: chi scrive aveva più volte segnalato, anche su queste pagine e persino prima che il d.l. 133/2013 venisse approvato, che la privatizzazione dell’Istituto centrale e la contestuale rivalutazione del suo capitale, mediante l’imputazione di una parte delle riserve, oltre a collidere con la Costituzione, si pone in contrasto con il divieto comunitario di aiuti di Stato.

Non è il caso di ripercorrere analiticamente gli argomenti a suo tempo esposti, per i quali si può, dunque, rinviare ai precedenti articoli. Può bastare, in questa sede, rammentare in sintesi tre punti:

1) le banche che, per più di venti anni, hanno illegittimamente detenuto (e iscritto in bilancio, peraltro a un valore commisurato all’intero patrimonio di Palazzo Koch, ivi comprese le riserve auree, delle quali la Banca centrale afferma, senza fondamento, di essere proprietaria) le quote di partecipazione in Banca d’Italia, hanno, ovviamente per lo stesso periodo di tempo, percepito i relativi dividendi, senza che ciò corrispondesse ad alcun loro conferimento;

2) in forza del d.l. n. 133/2013 i partecipanti al capitale hanno ricevuto un duplice beneficio: si sono, infatti, visti attribuire il titolo di legittimazione alla proprietà delle quote, con conseguente stabilizzazione del relativo incremento patrimoniale, non soltanto acquisito, come si è detto, senza alcun corrispondente esborso, ma per di più con contestuale rivalutazione delle quote medesime, mediante trasferimento delle riserve che pure, a ripetuto dire dei vertici di Bankitalia, nonché e soprattutto in ragione della relativa disciplina giuridica, costituiscono risorse rivenienti dall’esercizio di funzioni pubbliche in regime di monopolio;

3) l’imposizione di un limite percentuale (3%) alle quote di capitale legittimamente detenibili da ciascun partecipante, introdotto dal d.l. n. 133/2013 (art. 4) trova una sorta di compensazione (e fors’anche una misura che asseconda i desiderata delle banche) nella previsione secondo la quale (art. 4, co. 6 d.l. cit.) “La Banca d’Italia, al fine di favorire il rispetto dei limiti di partecipazione al proprio capitale fissati al comma 5, può acquistare temporaneamente le proprie quote di partecipazione e stipulare contratti aventi ad oggetto le medesime. Tali operazioni sono autorizzate dal Consiglio Superiore con il parere favorevole del Collegio Sindacale ed effettuate con i soggetti appartenenti alle categorie di cui al comma 4, con modalità tali da assicurare trasparenza, parità di trattamento e salvaguardia del patrimonio della Banca d’Italia, con riferimento al presumibile valore di realizzo. Per il periodo di tempo limitato in cui le quote restano nella disponibilità della Banca d’Italia, il relativo diritto di voto è sospeso e i dividendi sono imputati alle riserve statutarie della Banca d’Italia”: in tal modo, i partecipanti titolari di quote eccedentarie possono fare affidamento su un acquirente certo, espressamente vincolato, peraltro, a corrispondere un prezzo che salvaguardi il patrimonio della banca “con riferimento al presumibile valore di realizzo”.