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Economia e Finanza

FINANZA/ Così l'Italia può uscire dalla trappola dell'euro

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Quel che sorprende è la (volontaria) approssimazione dei governi membri dell’eurozona, e dell’Ecofin guidato da Claude Junker ora rilanciato come possibile candidato Ppe alla presidenza della Commissione europea, che non hanno preso più in considerazione i fondamentali che potevano portare alla bancarotta di alcuni stati e al ritorno, com’è infatti avvenuto, di quegli spread tra nord e sud Europa. Insomma, i funzionari europei e dei governi, oltre che i vertici politici, sono responsabili del guaio disastroso (e dei danni) messo in atto con la costruzione dell’eurozona in questo modo.

Il credito facile ha fatto crescere significativamente la spesa pubblica. Ma più grave è il differenziale dei prezzi calcolato tra il 1995 (Madrid) e il 2008 (Lehman crash): il differenziale medio europeo era di ben il 26%, ma a livello nazionale troviamo dati da capogiro (Grecia 67%, Spagna 56%, Irlanda 53%, Portogallo 47%). Nello stesso periodo in Germania la crescita dei prezzi era solo del 9%. Il quadro diventa ancor più funesto se si guarda all’apprezzamento e al deprezzamento valutario immediatamente prima del 1999. Alcune valute hanno deprezzato moderatamente, ma altre, invece, si sono apprezzate relativamente al resto dell’eurozona (Grecia 18%; Spagna 22%; Irlanda 30%; e Portogallo 14%). Se per questi ultimi paesi si fa il calcolo combinando l’aggiustamento dei prezzi e quello del tasso di cambio, si ottiene che il loro apprezzamento relativo al resto dell’eurozona è stato del 30%. I paesi della periferia sud e occidentale dell’eurozona hanno perso in competitività semplicemente diventando più costosi. Le ricadute positive eventualmente recuperabili dal traino della zona nord dell’Europa sono state marginali e comunque vanificate dalla coincidenza dell’esplosione della bolla finanziaria del 2008.

Secondo il citato studio, l’Italia fa eccezione a questo schema. Infatti, scrivono gli autori, se nel periodo 1995-2008 l’Italia avesse utilizzato il margine di risparmio, che si era generato tra la significativa riduzione sul servizio del debito pubblico e i ridotti guadagni della tassa sul valore aggiunto, per abbattere il debito pubblico invece di trasferirli nella spesa pubblica, il rapporto debito/Pil sarebbe sceso al 18%. La politica economica, fiscale e monetaria italiana non ha fatto esplodere un boom, anche se ve ne erano tutte le condizioni, come in Germania, ma ha inspiegabilmente visto esplodere i prezzi del 41%. Se a questi dati incrociamo l’assurda rivalutazione della lira decisa dal governo Prodi (con Ciampi e Visco) nel 1996, i prezzi italiani rispetto a quelli tedeschi in marchi sono aumentati del 55%, e rispetto all’eurozona in euro sono aumentati del 27% e su quelli tedeschi in euro del 48%. Questo spiega l’origine della stagflazione dell’economia italiana, aggravatasi con l’imposizione delle misure di austerity dal 2010 a oggi.

Tuttavia, poiché il debito pubblico italiano è detenuto all’estero solo per il 22%, la sua sostenibilità nel 2013, scrive Goldman Sachs, si poteva ottenere con un modesto deprezzamento dei prezzi tra il 5% e il 15%. Diversamente un deprezzamento più importante, 25-35%, è necessario per Spagna, Portogallo e Grecia, ma anche per la Germania e la Francia, 15-25%. Ovviamente, l’oscillazione del necessario deprezzamento dipende anche dal tasso di crescita e dal tasso di sconto. I dati più recenti della Commissione europea indicano una tendenza al ribasso della crescita e il possibile rialzo, ancora non avvenuto, del tasso di sconto. Se la tendenza di questi dati sarà confermata nei prossimi mesi, l’aggiustamento sarà più doloroso per tutti i membri dell’eurozona.

Durante la crisi 2007-2012 poco o nulla si è fatto in termini di riallineamento dei prezzi. Quel poco che si è fatto è stato gravemente sbagliato, con la Francia che ha visto un incremento dei prezzi dello 0,9% e la Germania un decremento del 2,1%. Solo l’Irlanda ha applicato una seria politica di deprezzamento intorno al 15%, che in coppia con i bassi tassi di sconto ha permesso alla sua economia di ripartire. Si devono evitare gli errori già compiuti dalla Germania durante la sua crisi dell’euro nel 2003. A quel tempo, il cancelliere socialdemocratico Schroeder intervenne con una massiccia riforma del mercato del lavoro, delle pensioni e dei servizi sociali che, nonostante il retorico apprezzamento, ha prodotto gravissimi effetti sociali. Infatti, ha distrutto sia il livello medio dei salari, abbassandolo, ma ha annientato i salari più bassi che per la scarsa produttività sono diventati insostenibili. Questo spiega i 12 milioni di mini-jobs che esistono in Germania oggi.