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FINANZA/ 1. Euro e debito, i "falsi miti" sull'Italia

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È vero che il Parlamento ha ratificato Maastricht, ma non c’è stato nessun coinvolgimento dell’opinione pubblica ed è totalmente mancato un dibattito. Maastricht è stato ratificato in ultimo dal Senato nel settembre 1992, tre giorni dopo il discorso di Amato a reti unificate e un’estate di speculazione sulla lira. I mercati avevano perfettamente intuito che l’Italia non avrebbe mai potuto rispettare i parametri di Maastricht.

 

Tornare alla lira farebbe lievitare il nostro debito?

Il debito italiano è effettivamente alto, ma dobbiamo comprendere le vere ragioni per cui è aumentato. Il peccato originale è stato il divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro, in seguito a cui la prima non aveva più l’obbligo di intervenire sul mercato primario. I tassi sono stati quindi lasciati alla determinazione del mercato con un’asta competitiva i cui effetti sono stati deleteri ai fini dell’aumento degli stessi tassi. In 12 anni il rapporto debito/Pil è aumentato per effetto dell’aumento dei tassi.

 

In fondo da dove nasce la sua posizione anti-euro?

L’euro è una moneta che condiziona l’economia reale, mentre nel resto del mondo è l’economia reale che plasma la moneta di riferimento. Questo è il motivo principale per cui l’euro non può funzionare. L’Europa è composta da 28 Paesi, di cui solo 18 adottano la moneta unica, mentre per gli altri vige la deroga prevista dagli articoli 139 e 140 del Trattato di Lisbona.

 

L’Italia dovrebbe fare come Polonia e Regno Unito, che pur appartenendo all’Ue sono rimaste fuori dall’euro?

Senza dubbio. In questo momento chi ha le migliori prospettive di crescita e di occupazione sono proprio quelli che non adottano l’euro, ma che hanno i vantaggi del mercato comune europeo. Basti vedere che cosa è riuscita a fare la Polonia negli ultimi anni, pur svalutando la sua moneta del 25-30%, o lo stesso Regno Unito. Occorre fare delle scelte, e noi sappiamo benissimo che per la stabilità dei prezzi in Europa sacrifichiamo l’occupazione.

 

(Pietro Vernizzi)



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