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SPY FINANZA/ La "vittoria" delle banche che può scatenare un'altra crisi

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Ma veniamo al secondo esempio. La conferma che il mondo della finanza non è cambiato di una virgola dal 2008 a oggi è arrivata giovedì pomeriggio, ma ai piani alti delle banche d’affari ne si vociferava da tempo: il Comitato di Basilea ha fatto retromarcia e ha reso noto attraverso il documento finale pubblicato proprio quel giorno che le regole più stringenti sul mercato dei derivati proposte lo scorso anno, di fatto, sono lettera morta. In particolare, quella che imponeva alle banche dal 1 gennaio 2017 di accantonare somme maggiori di denaro a garanzia del mercato degli swaps, settore che vanta un controvalore nozionale di 693 triliardi di dollari. Insomma, il settore più grigio del mercato, quello di fatto alla base della crisi finanziaria del 2008, può dormire sonni sereni e continuare a macinare utili e combinare disastri.

Cosa avrebbero previsto le regole rimangiate dai regolatori è presto detto: di base, ciò che veniva proposto era di incrementare i requisiti sul margine nel mercato swap del 1250%, percentuale che appare ovviamente spropositata, ma che va a inserirsi in un contesto dove - basti ricordare il caso Lehman - il fallimento di un controparte va a riverberarsi sull’intera catena del collaterale. Ora, invece, in base ai nuovi requisiti basterà accantonare almeno il 20% della cifra totale. Una vittoria su tutta la linea per le grandi banche che operano nel trading su derivati, un successo che parte da lontano e che è frutto di un’operazione di pressione lobbystica quasi senza precedenti.

Lo scorso settembre alcuni grandi soggetti bancari, tra cui l’International Swaps and Derivatives Association, scrissero una lettera al Comitato di Basilea nella quale definivano «eccessiva e non equa» la proposta, sottolineando come questa «potrebbe sfociare in requisiti di capitale che renderebbero il sistema di clearing non economico». Giovedì, la svolta. Nel documento finale reso noto dal Comitato di Basilea sulla supervisione bancaria, infatti, si richiede alle banche che operano come broker su operazioni swaps di accantonare molto meno denaro rispetto a quanto proposto un anno fa: si passa dal 1250% della bozza originaria ad appunto il minimo del 20% attuale. Quindi, dal 1 gennaio 2017 basterà depositare il 20% di risk-weighting presso un clearinghouse, cassa di compensazione che funge da terza parte di garanzia della transazione, e si potrà continuare a far crescere quella cifra folle che incombe sul sistema finanziario.

A confermare la vittoria delle banche, ci ha pensato prontamente Chris Cononico, presidente della GCSA, un sottoscrittore newyorchese che punta ad assicurare le clearinghouses per il mercato dei derivati: «Hanno (il Comitato di Basilea, ndr) avuto gente che ha potuto pensarci su un anno e hanno cambiato idea. Le banche dovrebbero essere molto felici. Di fatto, le regole proposte sono evaporate». E a godere di questa evaporazione sono in tanti, ma soprattutto sei soggetti, quelli che in base ai dati della US Commodity Futures Trading Commission, detenevano a fine 2013 i brokers su derivati più grandi: Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Newedge Group, Morgan Stanley, Bank of America-Merrill Lynch e Deutsche Bank. La quale, da sola, sconta - come da ultimo bilancio e prima del netting - un nozionale lordo sui derivati di 55,6 triliardi di euro a fronte di depositi per 752,2 miliardi. Il Pil tedesco, per intenderci, è di 2,7 trilioni di euro. Non aggiungo altro.

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