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SPY FINANZA/ Cosa c'è dietro le "montagne russe" dell'euro?

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Ma cosa pesa su questa sopravalutazione? Sicuramente l’atteggiamento della Bce, ma anche la situazione in Ucraina, visto che l’escalation - per ora solo a livello di ultimatum - tra Kiev e i separatisti filo-russi sta diffondendo ondate di nervosismo sia sui mercati azionari che su quello dei cambi. Inoltre, non va dimenticato il fatto che la domanda sempre maggiore di debito periferico europeo da parte degli investitori ha sì l’effetto positivo di abbassare i costi degli interessi e gli spread, ma anche quello collaterale di mantenere l’euro molto forte. E anche le banche centrali, soprattutto quelle asiatiche, stanno scaricando i dollari in loro possesso scambiandoli in euro, dopo aver acquistato biglietti verdi per intervenire sulle loro valute troppo apprezzate. Insomma, tutto - tranne l’ipotesi del Qe - gioca a favore di una moneta unica europea forte. Troppo forte, tanto da mettere sotto pressioni a prezzi al consumo nell’eurozona, rendendo le importazioni più a buon mercato e delineando le dinamiche inflattive pressoché a zero confermate ancora ieri dall’Istat.

E un rapido giro di opinioni tra chi opera nel mercato delle valute fa capire che il trend non pare destinato a cambiare, a meno di una seria rottura degli indugi da parte della Bce. Per Sean Callow, capo analista al valutario di Westpac, «sembra che l’euro abbia trovato un tetto attorno a 1,40, quindi nella mia esperienza vale la pena vendere appena entra nel range 1,39-1,40 e comprare a 1,35 e credo che questa dinamica varrà per le prossima settimane». E se per Marshall Gittler, capo del dipartimento Global FX alla IronFX, «le parole di Draghi saranno invece la chiave per un deprezzamento dell’euro, facilitato anche dalla decisione della Fed di proseguire con il “taper” del programma di acquisti», gli ultimi dati che giungono dal tracciatore delle posizioni forex di Morgan Stanley ci parlano di traders neutrali sulla divisa unica per la seconda settimana di fila, quindi senza posizioni long o short ben definite.

Chi invece è decisamente pro-euro forte è Derek Halfpenny, capo del centro studi europeo della Bank of Tokyo-Mitsubishi, a detta del quale «la Bce ha ormai fatto tutto il possibile in fatto di comunicazione, quindi ritengo molto improbabile qualsiasi movimento al ribasso strutturale dell’euro che sia sostenuto unicamente dai commenti o dalle dichiarazioni di Mario Draghi. Inoltre, le tensioni in Ucraina lasciano intendere come l’euro potrebbe tramutarsi nel bene rifugio a dispetto del dollaro, con i russi che potrebbe parcheggiare i loro capitali nella moneta unica, anche come ritorsione verso eventuali nuove e più dure sanzioni imposte da Washington». Insomma, al netto delle speranza che abbiamo tutti rispetto a una svolta duratura sul cross euro/dollaro delle parole del numero uno della Bce di sabato scorso, all’Eurotower e nelle cancellerie europee è davvero giunta l’ora di smetterla con le chiacchiere e di passare ai fatti.

L’Italia, ovviamente, in questo dibattito non è pervenuta, qui riteniamo di maggiore importanza occuparci dell’addio di Paolo Bonaiuti a Forza Italia o degli 80 euro in busta paga a maggio promessi da Matteo Renzi: la provincia della provincia dell’Impero, ecco a cosa siamo ridotti. E attenzione, infine, perché ancora non se ne parla, ma un’altra variabile potrebbe diventare rapidamente un problema, in questi tempi di “guerre valutarie” che vedono le banche centrali operare sulle divise come arma di politica economica, prima ancora che monetaria: le istituzioni finanziarie che utilizzano strategie di trading ad alta frequenza nel mercato valutario spot pesano ormai per il 35% del totale, contro il 9% dell’ottobre 2008, essendo divenuto il mercato dei cambi il principale settore operativo e di profitto del trading tout-court a livello globale, come ci dimostra questo grafico.

 

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