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SPY FINANZA/ Cosa c'è dietro le "montagne russe" dell'euro?

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Ancora una volta, la domanda da porsi è: quanto durerà? Dopo il primo accenno a una versione europea del Qe fatto nel corso delle conferenza stampa di due settimane fa, sabato Mario Draghi è tornato a parlare di possibili «nuovi stimoli e politiche monetarie» per contrastare un rafforzamento dell’euro. Detto fatto, ieri a metà pomeriggio la divisa comune europea scambiava a 1,3817 sul dollaro contro l’1,3886 di venerdì, sintomo che le parole del governatore avevano raggiunto l’orecchio dei mercati: il problema è quando e come seguiranno i fatti. Una cosa è certa, l’euro forte comincia a spaventare. Intervenendo sul tema dell’inflazione, infatti, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha escluso rischi di una spirale deflattiva in Europa, ma ha poi voluto sottolineare come «il tasso di cambio dell’euro è ancora forte. Se dovesse restare così, potrebbe avere effetti negativi sulla ripresa economica che sta andando avanti ma lo deve fare ancora di più. I prodotti europei non devono diventare troppo costosi».

Eppure la Germania, di fatto, può permettersi di esportare anche con un euro stressato fino a un massimo di 1,60 sul dollaro in via teorica, mentre paesi come l’Italia già arrancano al livello attuale e avrebbero come break-even ottimale sul cross quota 1,15-1,18: come mai questa paura? Forse si comincia a temere la sovraccapacità cinese unita alla svalutazione dello yuan? O forse si teme che la Bank of Japan non aumenti la portata degli acquisti mensili, di fatto mandando in tilt il carry trade dollaro-yen a tutto detrimento dell’euro?

Di certo c’è solo l’ingresso a gamba tesa nel dibattito della Francia, il cui nuovo premier, Manuel Valls, ha dichiarato che l’euro è troppo forte e chiederà una svalutazione del 20%, forse alzando la posta per poi ottenere il 10%, quota sufficiente alla Francia: dalla quotazione di circa 1,39 sul dollaro attuale, si scenderebbe in un caso a 1,112 e nell’altro a 1,242. Insomma, c’è voglia di svalutazione ma non c’è più sovranità, c’è la moneta unica e la Bce, quindi tocca attendere i famosi «nuovi stimoli e politiche monetarie» annunciati a ogni piè sospinto dal governatore dell’Eurotower.

E ieri, a far capire che Parigi fa sul serio, perché la situazione sta andando fuori controllo, ci ha pensato il presidente della Banque de France, Christian Noyer, a detta del quale «più forte è l’euro, più accomodante deve essere la politica monetaria». Tra chi pensa che la Bce debba agire e in fretta, altrimenti il calo dell’euro registrato ieri durerà sì e no qualche giorno, c’è Simon Derrick, capo analista alla Bank of New York Mellon a Londra, a detta del quale «quanto sta accadendo ci dimostra solo quanto sia forte l’euro, visto che sicuramente la moneta unica potrà indebolirsi ancora un po’ nelle prossime 24 ore o qualcosa in più, ma sicuramente tornerà a occhieggiare quota 1,39 e anche 1,40». D’altronde, solo la scorsa settimana l’euro si è apprezzato dell’1,5%, l’aumento maggiore dal settembre 2013.



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