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SPY FINANZA/ La "Lehman russa" che spaventa i mercati

Vladimir Putin (Infophoto) Vladimir Putin (Infophoto)

Per Lars Christensen di Danske Bank, «l’economia russa è già in recessione e potrebbe contrarsi fino al 4% se dovessero essere inasprite le sanzioni, un fatto che potrebbe portare a una ripetizione di quanto accaduto nel 2008, con una fuga di capitali di massa che innescò default e crisi bancaria su larga scala. Stiamo già assistendo a uno squeeze del credito e a uno shock significatvo sul costo del capitale, di fatto per come è strutturato il sistema finanziario ed economico russo potremmo essere di fronte al rischio della loro Lehman Brothers. Dati ufficiali parlano di 65 miliardi di dollari di outflows di capitali da inizio anno, contro i 135 alla fine del 2008. I mercati nei fatti prezzano che il Cremlino non possa lasciare peggiorare ancora la situazione in Ucraina, ma le cronache di questi giorni ci dicono il contrario. Penso che ci sarà un’ulteriore, drastica correzione sui corsi azionari russi».

Nel suo report, Bank of America addirittura prospetta un drammatico showdown che possa portare a una guerra civile su larga scala, sviluppo che di fatto renderebbe quasi automatiche nuove sanzioni da parte di Usa e Ue, il cosiddetto “Stage III” già preparato dagli americani e accettato dai ministri degli Esteri europei che colpirebbe proprio soggetti economici e finanziari russi, già in sofferenza. Situazione, questa, che sta dimostrando come non serva essere nell’eurozona per diventare forse l’unica voce che conta nel gruppo: il ministro degli Esteri inglese, William Hague, infatti ha già spianato la strada alle scelte Usa, dichiarando che «ogni negazione di coinvolgimento da parte di Mosca in quanto sta accadendo manca completamente di credibilità. Dovranno esserci conseguenze se la Russia continuerà in questa escalation».

Insomma, parole chiare a fronte di un’Ue come al solito ondivaga: da un lato prepara piani per tagliare la propria dipendenza da gas e petrolio russo, congelando il progetto South Stream con Gazprom, ma di fatto pone in essere sanzioni unicamente simboliche sotto le pressioni dei paesi che hanno particolari rapporti commerciali con Mosca, Germania in testa. Anche perché da un lato quella del cosiddetto “nat gas” o gas naturale è una partita anche finanziaria non di poco conto, visto che la Cme ha alzato per tre volte in due settimane i margini sulle posizioni che riguardano questa commodity a fronte dell’aumento del prezzo e l’amministratore delegato di Cheniere Energy, Charif Souki, ha definito sul Financial Times «un totale non sense, a cui non posso credere che qualcuno creda» la possibilità di tagliare la dipendenza europea dal gas russo attraverso l’esportazione di gas naturale dagli Usa.

Notare che Cheniere Energy, dal prossimo anno, sarà il primo esportatore di gas statunitense, quindi il parere di Souki ha una certa rilevanza. Insomma, situazione pericolosamente fluida, ma che a livello economico sta già prendendo una direzione chiara: per Chris Weafer della Macro Advisory di Mosca, «gli investitori stranieri stanno già prezzando sanzioni più dure e le sanzioni di Usa e Ue sono già andate oltre le loro aspettative, rendendo le aziende che operano qui molto più prudenti su investimenti e accordi commerciali».

Insomma, a fronte di un’economia in recessione, rischi sul mercato obbligazionario e con un rublo debole - già sceso del 9% quest’anno -, Putin dovrà decidere cosa fare, anche se la decisione dei minatori di Donbass di restare fedeli a Kiev potrebbe congelare un po’ le tentazioni annessioniste del Cremlino verso obiettivi strategici a livello economico. E la questione legata al rublo è tutt’altro che limitata, visto che la banca centrale ha sì riserve per 490 miliardi di dollari da schierare, ma non sarà affatto facile iniettarle senza portare a una restrizione dell’offerta di valuta e a un peggioramento della recessione: finora si è lasciato che il rublo si deprezzasse, certo, ma si sono anche spesi 200 milioni di dollari di riserve al giorno per evitare che lo facesse troppo.

Così Mosca non può andare avanti per molto. E poi ci sono i numeri della dipendenza estera a fare paura, una delle ragioni per cui fino a oggi Putin ha ammassato truppe ai confini ma non ha dato il via libera all’invasione. Stando a dati contenuti in un report di Sberbank, prima banca del Paese, la Russia ha 714 miliardi di dollari di debito estero: 427 per le aziende, 207 per le banche e 62 per varie entità statali. Soltanto il gruppo petrolifero Rosneft dipende dal debito estero per il 90% delle sue necessità di finanziamento, mentre il mercato azionario russo dipende per il 70% da capitali stranieri. I quali hanno finora tenuto duro nonostante i cali, perché ingolositi dal rimbalzo che ha garantito all’indice moscovita di fare +15% rispetto agli altri mercati emergenti in febbraio, ma per quanto avranno ancora i nervi saldi e il fegato per restare?