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SPY FINANZA/ Il "risiko" intorno al debito degli Usa

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Tanto più che ogni cambiamento sostanziale nelle detenzioni da parte di centri off-shore è sintomo di azionismo da parte di grandi soggetti operanti sul mercato, come appunto la Banca centrale cinese. Tanto più che, al di là del fatto che un aumento delle detenzioni del 25% in un mese per un Paese piccolo e con la politica monetaria decisa da Francoforte appariva da subito impossibile, le transazioni tra due entità residenti ma straniere non appaiono minimamente nei dati del Tic. E dato che gli stranieri erano venditori netti di Treasuries in dicembre, appare più che plausibile che la Cina sia stata acquirente netta di debito Usa, operando però off-shore e sul mercato secondario. E così in gennaio e febbraio, quando però agli acquisti off-shore finalizzati al non apprezzamento dello yuan, sono seguiti anche acquisti ufficiali - ovvero tracciati dal Tic -, forse per cercare di intorbidire un po’ le acque. Ma visto il tenore del report presentato martedì dal Treasury su richiesta del Congresso riguardo le politiche monetarie dei partner commerciali Usa, di cui vi ho parlato sempre ieri, pare che a Washington sapessero da tempo di questa pratica e stiano per perdere la pazienza.

Attendiamo i dati Tic relativi al mese di marzo ora, disponibili a metà maggio, anche perché se la Fed non ha lanciato un sasso nello stagno per cercare di stanare Pechino, proprio in quel mese un soggetto avrebbe scaricato 104 miliardi di debito Usa depositato proprio presso la Federal Reserve: la Russia, forse? Oppure il Giappone nel tentativo di far ripartire la svalutazione dello yen, a fronte di un Abenomics che non sta affatto sortendo gli effetti sperati? Già, perché per un giorno e mezzo interi, questa settimana, il bond decennale giapponese, il benchmark, non è stato in grado di attrarre nemmeno una singola domanda da parte del settore privato per la prima volta da tredici anni a questa parte. Zero! Con quello spread così depresso, nessuno vuole la carta nipponica, se non la stessa Bank of Japan, la quale con le sue detenzioni di debito governativo arrivate a 200 triliardi di yen (1,96 triliardi di dollari), il 20% di tutte le emissioni e in aumento di oltre la metà dei 125 triliardi di yen dello scorso anno, ha di fatto drenato la liquidità dal mercato obbligazionario. E visto che la Bank of Japan ha fatto capire che la sua politica aggressiva di acquisti andrà avanti almeno un altro anno, il crollo della liquidità sul mercato non potrà che peggiorare.

E se i broker sono riluttanti a posizionarsi short, temendo di non poter ricomprare quando vogliono, in pochi credono a un aumento del prezzi, quando lo yield del decennale nipponico è allo 0,6%. La media della banda di trading dei futures sul prezzo del bond giapponese a 10 anni questo mese è stata dello 0,15, contro lo 0,50 del pari durata statunitense: basti dire che il volume di trading nel cash bond benchmark questo mese è stato di meno di un triliardo di yen, il 70% in meno dello stesso periodo dello scorso anno. E se anche lunedì la Bank of Japan ha riprogrammato il suo repo sui bond giapponesi, vendendoli due volte al giorno invece che una, i timori per un crollo totale della liquidità nel mercato obbligazionario giapponese è reale, visto che ben pochi traders sono pronti a ingaggiare una battaglia con la Bank of Japan, la quale sembra pronta a drenare dal mercato altri 60-70 triliardi di yen.


COMMENTI
19/04/2014 - Una domanda (Giuseppe Crippa)

Grazie per gli auguri, Bottarelli, Buona Pasqua anche a Lei e complimenti per il suo lavoro d’inchiesta! Mi scusi, perché l’economia giapponese sarebbe in grado di funzionare soltanto con costi di finanziamento vicini allo zero?