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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Sui mercati incombe la "bolla gialla"

Se la Fed dovesse alzare i tassi potrebbe innescare una pericolosa reazione in Cina, dove si continua ad assistere a un deprezzamento dello yuan. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Cos’ha spinto lunedì la numero uno della Fed, Janet Yellen, a fornire un buon ricostituente ai mercati, dopo la doccia fredda del suo un po’ improvvido annuncio di tassi in graduale rialzo già nel 2015? Chi era il destinatario delle sue parole, quando ha affermato che «il “taper” non significa una riduzione dell’impegno allo stimolo» e che «il mercato del lavoro non è ancora tornato a uno stato normale di salute», tanto che «l’economia avrà bisogno di supporto straordinario per un po’»? Il mercato, direte voi. Giusto. L’economia Usa, direte voi. Giusto anche in questo caso. Ma c’è un soggetto che più degli altri potrebbe pagare - e far pagare a tutti - un prezzo molto alto in caso il timore per un rialzo dei tassi inneschi derive finanziarie difensive su larga scala: la Cina. La quale comincia a diventare un problema. E a spaventare.

Se infatti sempre lunedì il Financial Times dedicava l’apertura della sua prima pagina ai guai delle banche di quel Paese, ieri tre delle principali istituzioni finanziarie al mondo hanno avvertito gli investitori che il flusso alluvionale di denaro facile riversatosi sulla Cina potrebbe subire un’improvvisa inversione di marcia a causa del deprezzamento dello yuan e, come anticipato, della volontà della Federal Reserve di alzare i tassi di interesse, un combinato che avrebbe grosse implicazioni per la finanza globale. Un nuovo report di Citigroup avverte i clienti di tenersi pronti per una seconda fase di quel “taper tantrum” che lo scorso anno sconvolse i mercati emergenti e che questa volta, invece, avrebbe come epicentro proprio Pechino: «C’è uno scenario pericoloso nel quale il combinato di innalzamento dei tassi Usa a breve termine e uno yuan ancora più volatile potrebbe portare a grosse fughe di capitali dalla Cina», scrivono nello studio i due analisti David Lubin e Guillermo Mondino.

A detta dei quali, il boom del credito cinese è diventato una funzione del finanziamento esterno in dollari, per la gran parte attraverso il prestito off-shore a Hong Kong e Singapore per by-passare i controlli interni. È un potente effetto collaterale delle politiche ultra-espansive della Fed che i cinesi non hanno saputo controllare. Se davvero dovesse risultare vera questa analisi, potremmo assistere a un colpo di coda brutale, con la liquidità in dollari che si prosciuga e ritorna verso gli Stati Uniti.

Negli ultimi cinque anni il credito bancario nei Paesi emergenti è cresciuto di 1,2 triliardi di dollari raggiungendo quota 3,5 triliardi e le banche hanno finanziato molti di questi prestiti con fonti a breve termine, di fatto rendendo l’intero meccanismo molto vulnerabile a eventuali mosse della Fed di ritiro delle politiche di stimolo, cosa puntualmente accaduta prima con l’inizio del “taper” e poi, la scorsa settimana, proprio con l’annuncio di un possibile e più repentino aumento dei tassi, passando dall’attuale quasi zero per cento all’1% l’anno prossimo per assestarsi al 2,25% l’anno successivo.