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FINANZA/ Quei tagli che ci impoveriscono più del debito pubblico

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Tagliare lo Stato sociale significa ridurre gli asili (Infophoto)  Tagliare lo Stato sociale significa ridurre gli asili (Infophoto)

Ho sempre guardato con sospetto i tagli allo stato sociale come via di uscita dalla crisi economica e finanziaria dell’Italia e degli altri stati europei in difficoltà. Un paio di anni fa il Nobel per l’economia e filosofo Amartya Sen in più occasioni rimproverava l’Italia perché assisteva passiva allo smantellamento progressivo di una delle conquiste più importanti delle democrazie moderne - lo stato sociale. Ci sono molte ragioni per essere preoccupati dell’entusiasmo con il quale i funzionari europei, i nostri governanti e il commissario per la spending review interpretano il loro compito di tagliatori di welfare.

Innanzitutto due premesse. Non tutte le riduzioni della spesa pubblica sono riduzioni di sprechi, sono anche riduzioni e tagli di diritti: basta chiederlo ai sindaci e agli amministratori che oggi fanno fatica a garantire i servizi minimi in sanità, scuola, trasporti, viabilità. Secondo: tagliare la spesa pubblica significa quasi sempre ridurre posti di lavoro (quindi aumentare la disoccupazione) e ridurre il Pil. La spesa pubblica, nelle moderne democrazie e contabilità, è direttamente Pil (che in Italia pesa, complessivamente, per circa il 50% del totale). Aspetto ancora qualcuno che mi spieghi, dati alla mano, come si possano aumentare nel breve periodo occupazione e Pil tagliando la spesa pubblica. Ancora non l’ho incontrato. E poi sullo stato sociale ci sono almeno due considerazioni di carattere generale che trovo troppo poco presenti nei nostri dibattiti pubblici.

La prima riguarda la democrazia moderna. Quando sulla fine dell’Ottocento si iniziò a discutere del suffragio universale, uno dei punti controversi era il seguente: “Ma se diamo - dicevano borghesi e aristocratici, cioè più o meno il 10% della popolazione - il voto ai poveri, questi ci toglieranno i beni e ci cacceranno via”. Questo esito fu evitato e si costruì il nuovo patto sociale perché i “ricchi” fecero due grandi concessioni ai “poveri”: il lavoro e una crescente fetta di diritti. Lavoro e diritti si chiamavano, e si chiamano ancora, stato sociale. Se oggi i nuovi ricchi della finanza e delle rendite (e tra questi molti dei commissari e dei governanti) si dimenticano questa antica base del patto sociale, e la maggioranza della gente si vede soltanto ridurre il lavoro e i diritti, ciò che è a rischio è proprio il patto sociale, che potrebbe spezzarsi. Il primo bene comune delle democrazie è la democrazia stessa che, come tutti i beni comuni, se non “mantenuta” adeguatamente, viene progressivamente, e normalmente inintenzionalmente, distrutta.


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COMMENTI
21/04/2014 - Stato sociale (delfini paolo)

Grazie al Professor Bruni per magnifico articolo in difesa dello Stato sociale.