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SPY FINANZA/ Svezia, un allarme che fa tremare l'Italia

Pubblicazione:lunedì 21 aprile 2014

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Insomma, riuscirà la Riksbank a ripetere il miracolo compiuto durante la Grande depressione, quando un’azione reflazionaria molto anticipata riuscì a evitare al Paese i danni più gravi patiti dagli altri? Vedremo come reagirà, in compenso nell’eurozona il dibattito al riguardo sta assumendo toni sempre più sgradevoli: Jurgen Stark, ex capo economista della Bce e falco rigorista, ha accusato il Fondo monetario internazionale di gridare “al lupo, al lupo” con la sua richiesta di Qe: «Avvertimenti riguardo la deflazione e richieste alla Bce perché agisca sono irresponsabili e mal poste». Peccato che la famosa percentuale del 20% fissata dal Fmi come rischio per l’eurozona di finire in deflazione sia già salita al 30% e che comunque sia, come vi ho già detto tempo fa, non serve la deflazione conclamata, basta la “lowflation”, ovvero un periodo prolungato di tempo con il tasso di inflazione attorno allo 0,5% - quello attuale - per creare enormi danni alla competitività e alla sostenibilità dei debiti di paesi come Italia e Spagna.

I prezzi in calo, infatti, fanno salire i tassi di interesse reali per aziende e famiglie, una ratio che fa crescere il carico di debito e il rischio della necessità di una ristrutturazione dello stesso, con l’andare del tempo e senza reazioni a livello monetario. E lo sbocco di una tale situazione potrebbe essere un circolo vizioso che una volta innescato sarebbe molto difficile da bloccare per la Bce e l’esperienza giapponese degli ultimi vent’anni ci dice quanto questo scenario possa essere doloroso. Staremo a vedere gli sviluppi, ma mi pare che chi in questi giorni neghi il rischio deflattivo stia solo perpetuando un rischioso gioco a somma zero.



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