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IDEE/ 1. Quella spesa da 1.500 miliardi per uscire dalla crisi

Le politiche di reflazione messe in campo, dice MAURO ARTIBANI, hanno impallato il meccanismo di formazione dei prezzi, bloccando anche la produzione di beni

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Fin quando non prenderemo atto dell’avvenuto mutamento strutturale dell’economia, caratterizzata dalla centralità dei consumi - meno dalla produzione - ci troveremo a essere costernati dai dati micro/macro che agenzie di tutte le risme ci propinano ogni dì. Per esempio, l'indagine congiunturale elaborata dalla Commissione europea sul morale dei consumatori della zona euro mostra, ad aprile, un -8,7 %. Dell’Italia parla l’Istat e dice che oltre un milione di famiglie sta senza reddito da lavoro. Si tratta di 1 milione 130 mila. Tra questi quasi mezzo milione (491 mila) corrisponde a coppie con figli, mentre 213 mila sono monogenitore.

Ci si mette pure Unimpresa: “Gli acquisti low cost nel primo trimestre del 2014 sono cresciuti del 60%. Le famiglie italiane inseguono sempre di più risparmi e promozioni: 5 su 7 hanno provato almeno una volta i discount nel primo trimestre di quest’anno, confermando una tendenza cresciuta con la recessione e consolidatasi nel 2013”. Coldiretti ci mette il carico da 11: “Più di quattro italiani su 10 mangiano il pane avanzato dal giorno prima, con una crescente tendenza a contenere gli sprechi. La crisi ha portato i cittadini a sviluppare diverse tecniche per evitare quello che una volta veniva considerato un vero sacrilegio”.

Se tanto mi dà tanto, tutto ciò ha inevitabili conseguenze sui ricavi degli esercenti. C’è chi stima che l’impatto sui conti potrebbe arrivare ad avere un’incidenza negativa del 65-70%. Questo aggraverebbe un quadro già profondamente depresso. Del resto, nel 2013 i consumi sono scesi del 2,6%, cosicché quando i consumi delle famiglie - che fanno il 60% del Pil - languono, la crisi si mostra. Sì, insomma, meno consumi, meno produzione, meno occupazione, ancor meno reddito.

Dopo la sbornia dei dati ricominciamo daccapo. Dai consumatori, quelli del 60% del Pil. Si può con ragione supporli esterni al ciclo della produzione, come una scaduta dottrina economica ancora pontifica? Si può con ragione supporre che tal esclusione ingarbugli il ciclo svalutando il produrre e, pure, il lavorare? Lecito porli al centro del ciclo produttivo a far fare loro quel che sanno fare?