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IL CASO/ Così la finanza americana "controlla" Obama e l'Europa

Pubblicazione:domenica 27 aprile 2014

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L’Obamacare è entrato in vigore lo scorso marzo. È stato un atto di giustizia sociale o un tentativo (disperato) di evitare il ricatto della grande finanza sul governo americano e il tramonto del dollaro? Che cosa collega l’Obamacare, il declino dell’Occidente, e la crisi economica nell’Ue? Cerchiamo di capire qualcosa.

Dalla fine della Guerra fredda (1989) l’Occidente vive un doppio squilibrio. Da un lato, lo squilibrio è interno allo stesso Occidente che, venuto meno lo stimolo dell’alternativa al comunismo, incontra crescenti difficoltà nel compattare il suo campo in senso egemonico, cioè nell’affermare, tramite la gramsciana combinazione di consenso e coercizione, il comune interesse alla centralità del dollaro come pietra miliare della sua economia-mondo. Dall’altro, l’Occidente ha perso quella capacità di dominio esterno che sin dalla transizione olandese-britannica aveva permesso di dirigere i flussi commerciali e finanziari prima a favore dell’Europa e poi degli Stati Uniti d’America.

Fallito il tentativo di egemonizzare la Russia (1991-2014), l’Occidente tenta di usare l’antico strumento del libero commercio sia per consolidare il proprio campo (Ttip con l’Ue), sia per contenere la crescente egemonia dell’Asia orientale, e in particolare della Cina (Tpp con i paesi dell’Asean e il Giappone). Intanto, alcuni eventi geopolitici indotti mantengono in stallo eventuali rivolte e pulsioni anti-occidentali: la guerra al “terrore” e le primavere arabe hanno (per ora) rallentato l’emergere dell’economia-mondo islamica, che superati i pregiudizi tra i dirimpettai del Golfo potrebbe (presto) rilanciarsi; le “rivoluzioni colorate” hanno eroso solo parzialmente l’egemonia russa nell’Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale; la “crisi del debito pubblico” è stata usata come strumento di dominio nell’Ue che ha dovuto accettare durissime misure di austerità e di riforma strutturale dei suoi sistemi economici e sociali.

Nonostante queste misure, la stabilità egemonica del dollaro continua a vacillare. Il governatore della Bce, Mario Draghi, scopre l’acqua calda quando dichiara che “uno dei problemi dell’eurozona è l’euro troppo forte”, ma tace sul fatto che il dollaro ha volontariamente svalutato di quasi il 35% in 12 anni: il cambio Eur/Usd nel 2002 era 0.875 e nel marzo 2014 è 1.382. Una vera operazione di dominio del dollaro sull’eurozona! Infatti, più che una decisione geopolitica governativa si è trattato di un’operazione che la grande finanza americana ha condotto per recuperare le perdite derivate dalla crisi finanziaria del 2007, a spese degli europei e dell’euro, e lanciare l’assalto ai governi occidentali.

La grande finanza è riuscita a speculare sul dollaro/euro e ha potuto convertire a proprio favore i flussi commerciali favoriti dalla debolezza della valuta. A partire dal 2010, la grande finanza americana ha potuto così attuare una strategia egemonica sull’eurozona che è stata convinta a ridurre il debito pubblico e prendere dolorose misure di aggiustamento strutturale. Per completare la presa egemonica i comparti industriali e finanziari americani, ma anche europei, hanno sostenuto il trattato di libero scambio (Ttip), che sposterà ulteriormente i flussi finanziari a favore del dollaro.


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