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FINANZA/ Draghi "azzoppa" l'Italia

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Scendere da 73 a 60 è compito delle politiche di bilancio, quindi bisognerà in ogni caso tagliare la spesa pubblica in modo massiccio (occorre evitare a tutti i costi di aumentare le imposte perché una stangata fiscale ha un effetto immediatamente negativo sulla congiuntura, la riduzione delle spese no, soprattutto se ben studiata). Ma per una crescita del 3% ci vuole la Bce. Per quanto le riforme strutturali o stimoli di natura fiscale possano spingere in alto il Pil, se i prezzi scendono l’obiettivo diventa impossibile. Per ridurre i debiti ci vuole l’inflazione; non troppa per evitare i suoi effetti perversi, ma nemmeno troppo poca. La deflazione, al contrario, mette in moto una spirale perversa.

Draghi lo sa bene. Ma è convinto che non accadrà nulla di catastrofico. Da quel che dice e dalla prudenza nell’agire, sembra che consideri passeggera la frenata dei prezzi. Eppure oggi ha qualche margine di manovra in più. La deflazione spaventa anche i tedeschi tanto che Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, si è detto disponibile a considerare la possibilità di acquistare titoli sul mercato, come fa la Federal Reserve con il Quantitative easing. Certo, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, però il banchiere tedesco ha il merito di non aver mai nascosto le sue opinioni, ha detto di no anche quando era solo; è un uomo lineare, dunque bisogna prenderlo sul serio.

La Bce, del resto, al di là delle dichiarazioni di facciata, sta agendo sempre più come soggetto di politica economica, non solo monetaria. Da quando nell’agosto 2011 ha scritto quelle lettere all’Italia e alla Spagna ha cominciato a intromettersi anche nella politica fiscale o nelle riforme del mercato del lavoro. Si dirà che esse influenzano la politica monetaria ed è vero. Ma tant’è. Oggi, dunque, la banca centrale non può ignorare due fattori, intrecciati fra loro, che impediscono all’Europa di decollare: il primo è che la domanda interna nell’eurozona è troppo bassa perché i paesi del sud non possono espanderla e quelli del nord non vogliono (in ogni caso non a sufficienza); il secondo è che la deflazione allontana il deleveraging, la riduzione dei debiti (anche di quelli privati, non solo quelli pubblici) che rappresenta la premessa per una ripresa stabile e sostenibile.

Allora, è arrivato il momento di muoversi, come ha scritto Wolfgang Münchau sul Financial Times. Il presidente della Bce non è un temporeggiatore tremebondo, e lo ha dimostrato. Forse aspetta il momento più opportuno, purché non sia troppo tardi.



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