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SPY FINANZA/ I numeri da bolla dei mercati

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Per ora il bluff di Mario Draghi sta reggendo. Lo spread è ai minimi dal 2011 sia per l’Italia che per la Spagna e il cross euro/dollaro resta placido attorno al 1,37 dopo aver toccato 1,3795 attorno all’ora di pranzo giovedì. Ma cosa sta accadendo attorno alla moneta unica? Non più tardi di mercoledì dai criteri di misurazione del mercato dei derivati arrivavano segnali abbastanza chiari del fatto che i traders continuavano a credere in un euro su questi livelli anche nel breve-medio termine, sia per quanto riguardava la volatilità implicita dei futures, sia per il prezzo delle opzioni per coprirsi da un calo della moneta unica. Queste ultime, nel tasso reversal a un anno 25-delta, hanno toccato quota 1,02% di premium per le opzioni put sull’euro (quelle che garantiscono il diritto a vendere la valuta) contro le call, contro l’1,39% di febbraio, mentre la volatilità implicita sulle opzioni euro-dollaro a tre mesi era al 6,5%, giù dal 9,5% registrato a febbraio, chiaro segnale che chi opera non si attendeva grandi fluttuazioni da parte dell’euro. Inoltre, gli hedge funds e altri grandi soggetti speculativi hanno stipulato 39.634 contratti che scommettono sull’apprezzamento ulteriore della moneta unica, stando a dati resi noti il 25 marzo scorso dalla Commodity Futures Trading Commission, in netto contrasto con le ampie posizioni short registrate solo a metà febbraio: insomma, si scaricano yen e ci si lancia sull’euro alle stelle.

A pesare, ovviamente, le parole pronunciate lunedì dalla numero uno della Federal Reserve, Janet Yellen, riguardo politiche di stimolo per l’economia che dureranno ancora per un po’ nonostante il “taper”, chiaro tentativo di spegnere i nervosismi sul mercato innescati sempre dalle sue dichiarazioni riguardo tassi di interesse in rialzo già dal 2015. È bastato soltanto che i traders cominciassero a prezzare questa ipotesi che immediatamente i Treasuries a due anni hanno scontato un premio di rendimento dello 0,3% sul Bund, contro lo 0,07% di dicembre. C’è poi chi come Axel Merk, fondatore della Merk Investment di Palo Alto in California, vaticina addirittura che l’euro arriverà a 1,50 sul dollaro, visto che «negli Usa non vedremo tassi di interesse più alti per un bel po’, più a lungo di quanto la gente pensi».

Insomma, l’euro è nei radar degli investitori. Soprattutto dei più aggressivi. E proprio per questo motivo la cosa più grave dell’inazione della Bce non sta tanto e solo nel sottostimare il rischio deflattivo o le dinamiche da mani nei capelli della creazione del credito, ma il non rendersi conto - o fingere di non rendersi conto, perché a qualcuno fa comodo - che la recente forza dell’euro e l’esuberanza dei mercati azionari mondiali rimandano segnali preoccupanti di condizioni da bolla, le stesse viste prima della crisi finanziaria del 2008. Basta guardare le dinamiche dei prezzi degli ultimi 20 mesi per rendersi conto che sono terribilmente simili a quelle viste tra la fine del 2005 e l’estate del 2007.



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