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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Cina-Germania, un accordo che mette a rischio l'Europa

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Non a caso, nell’arco di un paio di mesi sono cominciati i default proprio nel settore corporate, per ora certamente limitati, ma con un potenziale da non sottovalutare affatto, vista la difficoltà per le aziende di finanziarsi al fine di pagare i coupon in scadenza. Stando a dati della Thomson Reuters, la crescita del debito nel settore aziendale cinese non ha precedenti: da una lista di 945 medie e grandi aziende non finanziarie scopriamo infatti che il debito è cresciuto più del 260%, passando da 1,82 triliardi di yuan a 4,74 triliardi di yuan tra il dicembre 2008 e il settembre 2013. E se la catena di default che qualcuno si attendeva non si è ancora palesata è perché molte aziende nei comparti a maggior indebitamento - come le spedizioni, macchinari, le costruzioni e la lavorazione e produzione dell’acciaio - stanno vendendo assets e dando vita a fusioni per evitare di fare default sul loro debito.

Il costo del denaro continua a salire, frutto della contrazione del credito e della liquidità voluta dal governo e oggi le aziende cominciano a fare i conti con l’uso a volte dissennato fatto dei 4 triliardi di yuan di stimolo all’economia liberati dal governo a partire dal 2008, quando molte ditte investirono pesantemente in progetti competitivi ma poco profittevoli, poiché potevano contare su facilità illimitata di finanziamento: ora, con pochi ricavi e progetti spesso non performanti, la scarsità di credito morde. Ed emerge con tutta la sua forza il problema iniziale: quanto debito può assorbire la Cina, stante la ratio già attuale dei crediti non performanti, come ci mostra il grafico a fondo pagina?

Le categorie di cosiddetto “bad debt” in Cina sono storicamente tre: prestiti bancari, prestiti dei trust e prestiti da settori come la cosiddetta finanza informale e le aziende di garanzia del credito. Negli anni, i problemi con le ultime due categorie sono sempre stati risolti dalle varie autorità locali, mentre i prestiti bancari sono sempre stati salvati attraverso compagnie di gestione finanziate direttamente dal ministero delle Finanze. Il problema ora è dato dallo stratosferico livello di indebitamento dei governi locali, molti dei quali sono alle prese già ora con shortfall fiscali, quindi il governo centrale - attraverso il ministero delle Finanze - potrebbe abbastanza presto essere chiamato ad acquisti diretti.

E nonostante fino a oggi le somme che sono state coinvolte nei default appaiono limitate e gestibili, il governo di Pechino può gestire in realtà soltanto un piccolo aumento del “bad debt”, poiché questa nuova voce di allocazione dei fondi leverebbe liquidità e investimenti per politiche di crescita e commerciali. La Cina non può permettersi ancora quanto invece si vedono garantiti gli Usa, i quali contabilizzano negli acquisti esteri continui di proprio debito una chiave di finanziamento finora illimitata o quasi. E, poi, se per caso Pechino decidesse di spendere parte delle sue enormi riserve in dollari per tamponare questa situazione, si conoscerebbe immediatamente la conseguenza che la Cina teme proprio di più: lo yuan che va fuori controllo, a meno di sterilizzazioni su quelle vendite.

Che fare, quindi? Smettere con finanziamenti facili e politiche ultra-indulgenti verso l’economia reale? Pericoloso in un periodo in cui già si parla di contrazione del dato di crescita e nel Paese crescono come funghi le “città fantasma”, diretta conseguenza della contrazione del credito e della raggiunta capacità massima di assorbire immobili, stante l’urbanizzazione ormai al suo picco massimo. Non vorrei che Pechino, insieme alla deflazione, voglia usare l’Europa per esportare anche un po’ di guai legati al credito. Mi sbaglierò certamente e la Germania ne trarrà enormi vantaggi, ma il timing dell’operazione appare quantomeno sospetto. Staremo a vedere.

 

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