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SPY FINANZA/ Cina e Hong Kong, la crisi può arrivare da Oriente

Pubblicazione:martedì 8 aprile 2014

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Guardate bene il grafico a fondo pagina: ci mostra plasticamente l’andamento del Baltic Dry Index, l’indice che traccia le spedizioni di merce “secca”, ovvero non petrolio, e che è da più parti ritenuto un utile e affidabile indicatore dello stato di salute dell’economia globale. Bene, dopo qualche giorno di risalita che aveva fatto gridare al miracolo della ripresa in atto, ecco che negli ultimi nove giorni il Baltic Dry ha segnato un calo del 25%, arrivando quasi ai suoi minimi post-crisi e il peggior inizio anno da almeno una decade. Insomma, diciamo che non c’è poi tutta questa domanda a livello mondiale. E, quindi, anche la cosiddetta ripresa langue e non poco. Basta d’altronde vedere i principali porti della Cina, la potenza esportatrice per antonomasia o gli stock di magazzino che si accatastano per rendersi conto che il rallentamento del gigante asiatico non solo è in atto ma comincia già a mordere. E all’orizzonte si prefigura già un rischio accessorio: l’esplosione della bolla con epicentro Hong Kong.

Lo scorso anno sono stati 54 i milioni di turisti che hanno raggiunto la località, la maggior parte dalla Cina continentale, e che hanno speso una fortuna non solo in acquisti nei nuovi mall ma anche comprando proprietà di lusso che hanno alimentato un vero e proprio boom del comparto real estate, con prezzi alle stelle. Ma ogni boom, come sapete, nasconde il rischio di una bolla e Hong Kong negli anni ha già pagato il prezzo a una serie di queste distorsioni che hanno poi portato a voluminosi crash. Uno che conosce molto bene queste dinamiche è Duncan Innes-Ker, analista per l’Asia all’Economist Intelligence Unit, che negli anni ha seguito i su e giù di Hong Kong e che ora non ha dubbi: la situazione attuale è figlia legittima dell’Occidente e della risposta Usa alla crisi. «Quando hai bassi tassi di interesse in Usa, storicamente hai una bolla sulle proprietà a Hong Kong, a mio avviso siamo di fronte all’ultimo esempio di un ciclo di boom and bust».

E anche Asianomics, un think-tank con sede proprio ad Hong Kong, pensa che l’attuale ciclo al rialzo stia soltanto mascherando il rischio di una drastica e forse senza precedenti correzione dei corsi: «Hong Kong è nella traiettoria di un tifone che si sta sviluppando nella Cina continentale. Un netta inversione al ribasso nell’economia cinese e un’improvvisa e violenta correzione nel mercato real estate di Singapore danneggerebbero in maniera seria l’economia del territorio. I problemi della Cina sono diventati ormai insormontabili e le possibilità che il 2014 si trasformi nell’anno in cui rendersene conto stanno crescendo», scrivono gli analisti in una nota.

Alla base dei rischi, i cambiamenti nelle relazioni finanziarie tra Cina e Hong Kong occorsi dopo la crisi del 2008. Prima del crash, la Cina non ha mai rappresentato più del 10% delle esposizioni esterne delle istituzioni finanziarie di Hong Kong, ma con l’implosione dell’Occidente nel pieno della crisi, l’esposizione dell’Isola alla Cina continentale è schizzata alla stelle, arrivando all’attuale 49% del totale. La gran parte di questo aumento è dovuto alla rapida crescita delle sussidiarie offshore di banche cinesi a controllo statale, le quali stanno usando sempre di più Hong Kong come base per racimolare finanziamento in valuta estera da pompare nel sistema dell’economia interna cinese. Questo processo è stato poi accelerato dalla drastica restrizione dei prestiti in yuan da parte della Banca del popolo, fatto che ha portato le banche e le aziende cinesi a prendere in prestito denaro a un costo più basso attraverso i bacini offshore, soprattutto in dollari, per investire in patria a tassi di interesse più alti.

 


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