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DEF/ Forte: tasse e banche, il doppio errore di Matteo

Per FRANCESCO FORTE, l’imposta sulle plusvalenze delle banche introdotta con il Def rappresenta un tipico errore della sinistra, che si presta a ricorsi di fronte alla Corte costituzionale

Bankitalia Bankitalia

«L’imposta sulle plusvalenze delle banche introdotta con il Def rappresenta un tipico errore della sinistra, che si presta a ricorsi di fronte alla Corte costituzionale in quanto contrasta con il principio di parità di trattamento». Lo evidenzia il professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze, dopo che il premier Matteo Renzi ha presentato il Documento di Economia e Finanza (Def). Tra le novità c’è la scelta di aumentare al 26% l’imposta sulle plusvalenze delle quote Bankitalia, dopo che inizialmente si era parlato soltanto del 12%. Confermato il taglio di 10 miliardi al cuneo fiscale, compensato grazie anche a questa tassa che pesa sulle banche.

 

Professor Forte, quali sono secondo lei gli aspetti positivi di questo Def?

L’aspetto positivo del Def consiste nel fatto che è rientrato nelle regole del Fiscal compact, e soprattutto di Bruxelles. Si mantiene quindi prudente per quanto riguarda il deficit e il debito, e in particolare per quanto riguarda il deficit rinuncia a finanziare la riduzione delle imposte mediante l’aumento del disavanzo del 2014. Lo ritengo particolarmente lodevole perché si colloca in un periodo di campagna elettorale. Le buone intenzioni ci sono anche per quanto riguarda le privatizzazioni su base triennale, in vista di una ripresa di una politica di investimenti per le grandi infrastrutture.

 

Che cosa non la convince invece del documento del governo Renzi?

Una lacuna del Def è che non si citano misure fiscali per incentivare il salario di produttività, e un altro errore riguarda il fatto che invece di puntare sulla riduzione del cuneo fiscale delle imprese si scommette soprattutto sull’aumento delle detrazioni per il lavoro dipendente nel campo dei bassi redditi. Questa non è propriamente una misura di stimolo all’economia sul lato dell’offerta, ma piuttosto sul lato della domanda.

 

Quali sono le conseguenze di questa scelta?

Questa scelta ha un effetto di gran lunga inferiore sulla crescita, e soprattutto non ha alcuna conseguenza positiva, anzi casomai ne produce una negativa sulla bilancia dei pagamenti. La riduzione dell’Irap rimane confinata all’11%, pari cioè a 1,8 miliardi. Se si fossero concentrati gli sforzi in questo campo, sarebbe stato possibile ridurre del 50% l’Irap sul costo del lavoro, che complessivamente equivale a 16 miliardi. Sarebbero quindi bastati 4 anni per eliminare completamente l’Irap sul costo del lavoro.

 

Come valuta invece l’imposta sulle plusvalenze delle banche?