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Economia e Finanza

IL CASO/ "L'aiutino" alle banche dietro la lotta all'evasione

Sembra che la limitazione al contante possa essere uno strumento utile contro l’evasione fiscale e per risparmiare su alcuni costi. GIOVANNI PASSALI ci spiega perché non è così

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Ci risiamo. Al governo domina l’ignoranza. Non che la cosa sia una novità, da quando è scoppiata la crisi. Anzi, il tipo di atteggiamento è veramente monotono. Si applicano le risoluzioni sbagliate, non tenendo conto delle esigenze del bene comune, ma quelle dei più forti e dei più potenti. Il risultato è disastroso, come buon senso e dottrina economica avevano dettato. Ma si continua sulla stessa strada, incutendo mediaticamente lo spettro del disastro per superare ogni protesta e ogni ipotesi diversa.

E così è anche riguardo la lotta al contante, con la scusa che quello favorirebbe e nasconderebbe l’evasione. Anzitutto bisogna chiarire un principio: la tassazione eccessiva rende moralmente illegittimo lo Stato. E questo, oltre a essere la mia opinione personale (e non credo di essere il solo a pensarla così), è un dettato costituzionale: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.” (Art. 36). Ora, è palese che in nessun caso ogni governo si sia mai preoccupato di verificare la sufficienza della retribuzione, soprattutto relativamente alle fasce meno abbienti della popolazione. Inoltre, proprio le aziende più grandi e le banche utilizzano tutti gli strumenti legittimi a loro disposizione per minimizzare gli esborsi fiscali. Anche per questo la Fiat, per esempio, ha spostato la propria sede fiscale a Londra e la propria sede legale in Olanda. Tutto questo è legale, ma moralmente? La morale non c’entra, dicono. Ma la morale c’entra sempre e la morale in questo caso è che i deboli ci rimettono sempre, mentre i troppo forti sanno sempre come cavarsela.

E lo Stato alla fine si dimostra un gigante dai piedi d’argilla, capace di prendersela solo con i più deboli, incapaci di difendersi. E per questo li perseguita, utilizzando motivazioni che sono impresentabili alla ragione. Come nel caso della limitazione nell’uso del contante, ripetendo in ogni occasione che è uno strumento per la lotta all’evasione. Come se i miliardi di evasione si facessero con gli scontrini del caffè al bar. O con il sistema bancario che ripete che l’uso del contante è da retrogradi, che nel nord Europa sono più civili e utilizzano di più carte di credito e altri strumenti di pagamento elettronici. E venendo pure a dirci che “il contante costa troppo”, come successo recentemente a un Workshop del CeTIF (Centro di Ricerca su Tecnologie, Innovazione e servizi Finanziari dell’Università Cattolica) dal titolo “La redditività dei servizi di pagamento: innovare per generare valore per il cliente”. Secondo il lavoro presentato, in Europa ammonta a 100 miliardi l’anno il costo per la produzione, il trasporto, la sicurezza del contante. Ma il “contante costa troppo” per chi? Ovviamente per il sistema bancario. Inoltre, il contante costa finché è nelle mani del sistema bancario. Dal momento in cui entra in circolazione, il costo è zero.