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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I "tonfi" asiatici che spaventano l'Europa

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E sapete perché? Perché il castello di carte sta cominciando a crollare, come ci dimostrano i tonfi delle piazze asiatiche e quelli meno fragorosi ma capaci di mandare gli indici in rosso da inizio anno negli Usa. L’ultima volta che i mercati equity a livello mondiale sono calati a questo ritmo era l’autunno del 2011, ma a novembre ci fu l’intervento coordinato delle banche centrali a continuare a far girare la giostra. Anzi, a farla volare come ci dimostra il primo grafico a fondo pagina. Più che altro, la Fed e le altre salvarono il mondo, nel vero senso della parola.

Stavolta, invece, almeno sulla carta è differente. La Fed ha dato il via al “taper” e non intende fermarsi, almeno nelle intenzioni e nonostante le tardive rassicurazioni della Yellen sullo stimolo all’economia che perdurerà, la Bce si limita a parlare e i due principali motori di stimolo, Cina e Giappone, mandano segnali tutt’altro che confortanti, con lo yen che continua a rafforzarsi invece che svalutarsi, gli outflows che cominciano a farsi sentire, lo yuan che invece si indebolisce e l’oro - termometro delle crisi - che torna a salire. Ieri l’agenzia cinese Xinhua News, di fatto la portavoce della Banca centrale cinese, ha fatto capire chiaramente che chiunque stia sperando in manovre di stimolo da parte della Pboc si sta sbagliando: «I discorsi riguardo stimoli in arrivo sono fuorvianti, mentre quelli che anticiperebbero l’arrivo di un pacchetto economico ad hoc corrono il forte rischio di essere delusi». Detto fatto, le aziende quotate e già in crisi sono crollate: la Chaori Solar, prima ditta che ha fatto default su un bond non rimborsato, ha perso il 5,02% a 2,46 yuan per azione, nonostante la dirigenza abbia garantito per iscritto ai detentori di obbligazioni che sarebbero stati pagati in luglio.

E dal Giappone non sono arrivate notizie migliori, nonostante il mese scorso il governatore della Boj, il buon Kuroda, avesse rassicurato tutti sul fatto che l’inflazione era sulla strada giusta verso il target prestabilito. Il mercato prezzava uno sforzo ulteriore - reggere il baraccone dei mercati manipolati globali richiede spalle larghe e portafogli enormi -, ovvero il raddoppio di acquisti sugli Etf e 10 triliardi di yen in più di acquisti obbligazionari. Non sarà così, visto che la Bank of Japan ha reso noto ufficialmente che «a fronte di crescita annuale della base monetaria di 60-70 triliardi di yen, non ci saranno cambiamenti nella politiche di acquisto né per i bonds, né per gli Etf». Boom, Nikkei al tappeto e yen che si rafforza sul dollaro. Ecco quindi la bomba per cercare di salvare capra e cavoli: per la Bank of Japan «l’economia del Giappone ha continuato a riprendersi moderatamente». Oddio, il secondo e il terzo grafico non sembrano d’accordo al riguardo: il primo ci mostra l’andamento del Pil giapponese, il secondo gli acquisti di assets giapponesi da parte di investitori esteri.

Eh già, il denaro straniero che arrivava a frotte nel Sol Levante e che avrebbe dovuto, almeno per i cultori dell’Abenomics, portare il Nikkei a quota 20mila (mentre è già a -7% da inizio anno) comincia a prosciugarsi, visto che il carry-trade sul dollaro viene schiantato proprio da questo apprezzamento. Se questi sono i segnali della “moderata ripresa”, allora possiamo tutti festeggiare con Kuroda. C’è poi dell’altro, ovvero la tassa sui consumi che il governo giapponese intende infatti aumentare proprio nel corso di questo mese dal 5% all’8%, per poi arrivare al 10% nell’ottobre del 2015. Un mezzo suicidio, per due motivi principali. In primo luogo, i timori sono riconducibili al fatto che il principale driver di crescita dell’economia giapponese negli ultimi trimestri è stato proprio l’aumento dei consumi interni. In secondo luogo, molti investitori hanno in mente quanto accaduto nel 1997, quando l’aumento della tassazione sui consumi dal 3% al 5% innescò, nel solo trimestre successivo della messa in atto della manovra, un calo dei consumi del 13% con un conseguente ritorno del Giappone alla recessione.