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FINANZA/ Sapelli: le balle sul debito che ci distruggono

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In questo senso capiamo cosa vuol dire la bassa competitività di un Paese. Se io non riesco ad allargare la popolazione attiva e a mantenere stabile e a far crescere l’andamento del tasso dei profitti non riuscirò ad ampliare la base delle entrate fiscali e quindi avrò meno risorse pubbliche e private per affrontare e risolvere le spese infrastrutturali che accompagnano ogni crescita. Crolla così la cosiddetta Total Factory Productivity che misura non solo la produttività del lavoro ma l’efficienza dei sistemi complessi che generano il volume della ricchezza materiale delle nazioni, ponendole in tal modo su diversi livelli della scala della produttività mondiale.

Si comprende bene che qualsiasi sistema complesso, come è una società con decine di milioni di abitanti, abbisogna di infrastrutture per produrre e riprodurre i cicli sociali. Se la produzione genera bassa crescita e basse entrate fiscali, non solo aumenta il debito pubblico, ma diviene assai difficile la riproduzione sociale, perché si configura asimmetrica rispetto - da un lato - ai bisogni e - dall’altro lato - ai finanziamenti che occorrerebbero per soddisfare questi ultimi.

Consideriamo il fatto che per la riproduzione della società, fino a quando non si interrompe per degenerare in un atomismo distruttivo alla Hobbes, i fabbisogni minimi relazionali devono essere soddisfatti. Se non lo si fa con la crescita economica che genera spesa pubblica senza deficit e senza debito, lo si farà con l’abbassamento della crescita con sempre più forti aumenti dei deficit e quindi del debito. L’alternativa a quest’ultima soluzione è la distruzione della società, come si è scientemente tentato di fare in Grecia da parte della cosiddetta Troika deflazionistica e protesa a distruggere il sistema sociale non solo greco, ma europeo. Riuscendovi, tuttavia, solo in parte per la tenuta del sistema politico e per le forti radici tradizionalistiche che quella società ha mantenuto intatte, anche se trasformate (famiglia allargata, ruolo direzionale degli anziani, ecc.), che ha sostituito il welfare state con quello solidaristico e comunitario, “naturale” e associativo.

Come si vede, anche i temi della macchina dei partiti e del sistema politico ineriscono ai temi della spesa pubblica e del debito pubblico e non solo nel senso di accrescere le rendite parassitarie che clientelismo politico diadico o di gruppo ingenerano (i paesi del Sud Europa e del Sud America sono studiati in tutto il mondo a questo proposito), ma anche nel senso di trovar dimostrazione del fatto che un sistema politico ben istituzionalizzato, e quindi autonomo dalla società civile e dalle sue degenerazioni, può svolgere un ruolo positivo per eliminare posizioni rent seeking, ossia di spese che non sono più spesa pubblica ma invece sprechi pubblici.

Ci fermiamo qui. Questo credo basti per far capire che il tema del debito pubblico è ben più vasto di quello narrato dagli ideologi della guerra tra generazioni, che non solo non sanno di storia: quando la sanno, la falsificano.

 

(2- fine)

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