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FINANZA/ Bce, il trucco nel dietrofront della Germania

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Jens Weidmann (Infophoto)  Jens Weidmann (Infophoto)

Dopo la Prima guerra mondiale alla Germania sconfitta è stata imposta la democrazia, che ha coinciso con un periodo di grande inflazione. In Germania però c’è sempre stata una forma di protezionismo, con un controllo di prezzi in un mercato di monopolio.

 

Che cosa ha permesso il miracolo economico tedesco nel secondo dopoguerra?

Il miracolo economico tedesco nel secondo dopoguerra si è realizzato con l’economia sociale di mercato del cancelliere Ludwig Erhard, che non è però durata a lungo. Nella tradizione della Germania l’economia di libero mercato con una banca centrale neutra e la stabilità monetaria sono realtà poco conosciute.

 

È questo che spiega il fatto che la Germania si sia intestardita su determinate posizioni?

I tedeschi hanno combattuto a lungo con l’inflazione, e sono sempre sul piede di guerra nei suoi confronti. Arrivano quindi sempre in ritardo a capire che non è una questione di inflazione, ma di rischio di deflazione di una moneta che si avvita verso il basso con un cambio anomalo.

 

E quindi?

Per la Germania il cambio deve essere scelto artificialmente in base a quello che può servire alla sua economia. Berlino non riesce a comprendere che il cambio dovrebbe riflettere il potere d’acquisto. Finora i tedeschi hanno puntato su un cambio dell’euro sopravvalutato, che garantiva comunque la possibilità di competere a livello mondiale, vincendo nello stesso tempo la concorrenza di Francia e Italia per le quali i salari sono comunque legati a un aumento del tenore di vita e dei prezzi.

 

Quali sono i veri obiettivi della svolta della Bundesbank?

A un certo punto la Bundesbank si è resa conto del fatto che il cambio alto genera una depressione nell’economia europea, rendendo nello stesso tempo difficili le importazioni per la Germania. Ciò ha fatto sì che la banca centrale tedesca accettasse l’espansione tardiva, perché in questo modo si può riequilibrare il cambio. La Bundesbank non pensa cioè al cambio come a qualcosa legato al potere d’acquisto, bensì che dipende dal suo surplus di commercio estero. È su quest’ultimo che punta sempre Berlino per mobilitare l’economia, in quanto è questa la tradizione tedesca dell’epoca di Bismarck.

 

(Pietro Vernizzi)



© Riproduzione Riservata.

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COMMENTI
15/05/2014 - Questo è pazzo (Moeller Martin)

La Germania non è una ecconomia di mercato? Le banche controllano le aziende? Fortuna che si tratta di un ex ministro delle finanze, perchè questo ha le travegole.