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RIPRESA(?) E PIL/ Il rischio catastrofe "dipende" da Draghi

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Per cominciare, qualche numero. Il Pil giapponese è salito nel primo trimestre del 5,9%, assai di più delle già promettenti previsioni (4,2%): ha giocato un ruolo determinante l’accelerazione degli acquisti domestici prima dell’aumento dell’Iva. La Germania avanza a un tasso annuo dello 0,8%, migliore del previsto e in linea con gli obiettivo del governo. Segna il passo invece la Francia, invariata, per la disperazione dei piani di François Hollande. Nel frattempo il governo, impaurito dall’onda nazionalista di Marine Le Pen, ha approvato una legge che in pratica impone un visto pubblico a ogni acquisizione dell’estero.

Doccia fredda per il Portogallo, reduce dalla promozione di Bruxelles culminato nell’uscita dal programma di assistenza della Trojka. Nonostante la benedizione delle agenzie di rating e le previsioni degli eurocrati l’economia perde ancora colpi: -0,7% il Pil, assai peggio delle previsioni di un pur striminzito +0,1%,

Infine, l’Italia è tornata, brutta ripresa, in terreno negativo: -0,1%, dato che getta una pesante ipoteca sulle previsioni (meglio dire speranze) di una crescita tra lo 0,8 e l’1%, come da indicazioni governative. Il timido rialzo di fine anno (+0,1%) dopo nove trimestri negativi non ha così trovato conferma. A peggiorare la situazione, cresce la distanza con il resto dell’eurozona che mostra segnali di crescita dell’economia. Per non parlare del paragone con la Spagna +0,4%.

Insomma, i messaggi positivi in arrivo dalla Borsa, ove peraltro il Toro comincia a perdere colpi, o dal pianeta dei titoli di Stato, ove i Btp macinano nuovi record e il Tesoro fa il pieno in attesa di tempi meno propizi, non trovano conferma nel mondo dell’economia reale. Le previsioni sull’inflazione Ue, ritoccate al ribasso allo 0,9% per quest’anno, denunciano un crescente rischio deflazione.

Infine, il Bollettino economico della Bce, pur abbassando le stime sul tasso dei senza lavoro nell’Eurozona - all’11,8% nel 2014, all’11,5% nel 2015 e all’11% nel 2016 - lascia ben poche ragioni di consolazione: la ripresa attesa nell’Eurozona “non sarà abbastanza vivace da ridurre i tassi di disoccupazione in modo più consistente nei prossimi anni visto che le aziende prima di dare il via a nuove assunzioni preferiranno aumentare dapprima la produttività”. Intanto, “ci vorrà qualche tempo prima che si faccia sentire l’impatto delle riforme strutturali”. Ammesso che, finalmente, l’Italia passi dalle parole ai fatti.

Il quadro generale, a pochi giorni dal voto europeo, non lascia spazio a equivoci. Ci sono ben poche ragioni, per ora, per rallegrarsi dei risultati raggiunti sul fronte della difesa degli equilibri finanziari dell’eurozona, a partire dalla caduta degli spread: il fenomeno non ha prodotto alcun risultato apprezzabile sul fronte della ripresa del credito, soprattutto alle piccole e medie imprese, ma al contrario è stato reso possibile dalla brusca caduta della liquidità che ha accompagnato la frenata dei consumi nella cosiddetta periferia d’Europa.



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COMMENTI
16/05/2014 - Sapete perché c'è la crisi? (claudia mazzola)

Mica perché noi italiani siamo incapaci, anzi, è che c'è tutto e in più siamo tartassati. Ho visto in TV la storia di IGNIS, cavoli, ti credo che ha fatto i numeri, era dopo la guerra e ogni cosa era in salita. I politici devono fare di tutto per far ricrescere l'economia scongiurando guerre, del resto stanno lì anche per aiutare il paese in questo, Draghi compreso.