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SPILLO/ Elezioni e debito, Renzi prepara la "manovra"

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Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (Infophoto)  Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (Infophoto)

A meno di una settimana dalle elezioni europee, che hanno sempre più una caratura di politica interna, ai deludenti dati della contabilità economica nazionale, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan non potevano non reagire affermando che la tendenza sarebbe mutata non appena i primi provvedimenti (quali gli ormai notissimi 80 euro in busta paga) avrebbero cominciato a “mordere” e, soprattutto, quando il programma di riforme istituzionali sarebbe partito.

Solamente a fine maggio gli 80 euro arriveranno nelle tasche degli italiani (molti dei quali, però, subiranno aumenti d’imposizione comunale e regionale, nonché tariffe più salate per i servizi pubblici). Le riforme, quali delineate nella prima conferenza stampa di Matteo Renzi da Presidente del Consiglio, sono a rischio a ragione dell’opposizione di parte del suo partito e in quanto il leader di Forza Italia afferma che il “patto del Nazareno” non è stato mantenuto dalla sua controparte (ossia Matteo Renzi). Quindi alle rassicurazioni di Renzi e Padoan fanno riscontro le notizie (lo sanno anche i gatti del Pantheon) che a via Venti Settembre si sta cominciando a lavorare a quella che potremmo chiamare “la svolta prossima ventura” della politica economica a breve e medio termine.

Di cosa si tratta? Ricompare un “convitato di pietra” di cui, sinora, il Governo non ha parlato che di sfuggita: lo stock di debito pubblico che sta viaggiando verso il 135% del Pil. Non che Renzi e, soprattutto, Padoan non ne fossero consapevoli. La strategia a lungo termine era che la crescita economica (e un po’ di privatizzazioni - proprio il 16 maggio è stato dato il via ai Dpcm relativi alla cessione della partecipazione statale di Poste Italiane e di Enav rispettivamente sino al 40% e al 49%) avrebbe fatto crescere il denominatore (il Pil) riducendo così il rapporto. Nel più breve periodo, la tattica era di giungere al Consiglio europeo di ottobre (presieduto dall’Italia) con alcune riforme istituzionali già approvate, in prima lettura, dai due rami del Parlamento e ottenere, quindi, flessibilità nei vincoli di finanza pubblica al fine di completare l’attuazione del programma di riforme e, contemporaneamente, realizzare una politica più espansionista di quanto permesso dal Fiscal compact.

I dati della contabilità economica nazionale e la “gelata” che si attende il 28 maggio quando verrà presentato il Rapporto Annuale Istat (di cui girano, sotto embargo, anticipazioni) dicono chiaro e tondo, al di là delle dispute tecniche su moltiplicatori e “tetti”, che lo stock di debito frena la crescita: senza affrontare questo nodo, è futile una strategia in cui ci si illude in un aumento del denominatore (ricordiamo: è il Pil) per giungere, delicatamente, a una riduzione di un rapporto che un quarto di secolo fa ci siamo impegnati a portare al 60% (stimato, invece, dall’Ocse al 134,2% per il 2014).


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