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FINANZA/ 1. Euro e Italia, le "balle" da sapere prima delle elezioni europee

Pubblicazione:venerdì 23 maggio 2014

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L’Italia ha compiuto un passo falso entrando nell’euro? Non è vero. In realtà, l’Italia non aveva alternative. Il Regno Unito, con una situazione della finanza pubblica sotto controllo e un’economia fortemente orientata sui servizi, non aveva convenienza a legarsi al carro dell’Europa a trazione tedesca, con forti vincoli alla libertà di manovra della City. Ma per l’Italia, con un debito pubblico enorme e crescente nel tempo, e da anni variamente legata a un sistema di cambi che ruotavano attorno al marco, l’ingresso nella moneta unica era una mossa quasi obbligata. “Se l’Italia avesse annunciato - scrive Luigi Zingales - di non volere entrare nell’euro, avremmo perso ulteriore credibilità e la spirale alti tassi-alti rendimenti ci avrebbe rapidamente portati a un’inflazione galoppante e a un default”.

L’Italia ha dato molto e non ha ricevuto nulla. Falso. In realtà, il calo dei tassi dall’avvio della zona euro ha regalato all’Italia un tesoretto immenso: dai 114 miliardi di euro in interessi pagati ai tempi della vecchia lira, si è passati a 67 miliardi. Per valutare la novità basti il paragone con il Belgio, Paese fortemente indebitato il cui rapporto debito/Pil era simile ai numeri italiani. Ma il Belgio, al centro di una crisi istituzionale che ne ha messo seriamente a rischio l’esistenza, ha avuto la “fortuna” di non avere un governo con una piena investitura politica. Per questo Bruxelles ha adottato una formula meccanica: la spesa pubblica non poteva crescere più del Pil, il frutto della pressione fiscale (per la parte superiore al Pil) doveva essere girato meccanicamente al fondo ammortamento del debito. In questo modo, il Belgio ha abbassato sotto il 100% il rapporto debito/Pil e ha goduto di condizioni eccezionalmente favorevoli sui mercati del debito. Se l’Italia avesse applicato la stessa ricetta, nel 2008 il rapporto debito/Pil sarebbe stato inferiore all’80%. Purtroppo le cose sono andate diversamente. Complice la riforma costituzionale del Titolo V, la spesa pubblica è esplosa, con un accento particolare sulla periferia. L’Italia si è mangiata il dividendo da euro, a tutto danno dei giovani e delle generazioni future.

Ci sono stati gravi errori da parte dei padri dell’euro? Vero. La scommessa di Carlo Azeglio Ciampi & C. era di far digerire la rivoluzione in maniera indolore e silenziosa, quasi che la forza delle cose avrebbe travolto le resistenze. Ma la politica di rado obbedisce alla forza dei lumi. Soprattutto se viene meno la forza del grande obiettivo politico. L’Italia entra nell’euro con una somma di promesse nei confronti dei propri cittadini (vedi le pensioni calcolate sul retributivo pre-riforma) e dei detentori del debito pubblico. Nel momento decisivo è mancata la spinta alle riforme del sistema necessarie per prosperare in Europa. Oggi la domanda si ripropone in condizioni più difficili.


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