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IL CASO/ La Tasi e quei due "equivoci" che ci portano in un vicolo cieco

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Il pasticcio che si sta creando in Italia attorno alle imposte comunali (forse) dovute nel prossimo giugno conferma ancora una volta quanto il riformismo tradizionale abbia dei limiti anche più forti dell’eventuale buona volontà dei riformatori. Al di là del basso livello complessivo della nostra amministrazione statale, e senza escludere un certo deliberato boicottaggio da parte della burocrazia, c’è evidentemente anche qualcos’altro. C’è un problema di “filosofia” della cultura amministrativa dello Stato moderno,  le cui conseguenze diventano tanto più nefaste nel caso del nostro Paese, trattandosi di uno Stato moderno particolarmente mal riuscito.

Diversamente dal nuovo possibile Stato post-moderno fondato sulla fiducia e quindi sul principio di sussidiarietà, lo Stato moderno si fonda sulla sfiducia e quindi innanzitutto sul principio del controllo.  Conseguentemente, finché resta in questo alveo, chi vuol riformare scommette non sulla responsabilità delle persone, delle comunità e dei territori bensì sulla centralizzazione delle decisioni e sul controllo centralizzato. Non puntando dunque sulle responsabilità di governo chiaramente e fermamente ripartite, finisce perciò senza scampo nel fatale groviglio che è inevitabile quando il potere di governare la spesa e quella di governare il correlativo prelievo fiscale non sono nelle stesse mani. E’ su queste secche che il governo Renzi si sta arenando, malgrado la sua conclamata volontà di fare molte riforme presto e bene.

Quando si vuol riformare introducendo norme e procedure che stabiliscono delle eccezioni rispetto a un sistema nel suo complesso immutato, va sempre a finire che paradossalmente si complicano e si rallentano i processi. Pretendendo poi di fissare dal centro norme che dovrebbero adattarsi a una miriade di situazioni e di casi diversi va a finire che si arriva a procedure così complesse da risultare inapplicabili. Il “caos” o la “giungla” sono un prodotto non degli 8mila comuni e delle loro eventuali inadempienze, bensì di leggi e decreti con cui il potere centrale vuole sostituirsi alla responsabilità dei sindaci.

In realtà una vera riforma non sarebbe affatto tecnicamente difficile (il che beninteso non si significa che non sarebbe politicamente ardua). Basterebbe restituire ai comuni e quindi ai sindaci la loro autonomia, e  correlativamente la loro responsabilità senza alcun “paracadute”. Basterebbe riservare loro un determinato  campo d’imposizione lasciandoli poi liberi di fissare imposte entro un limite massimo uguale per tutto il Paese, libero però ogni sindaco di tassare meno, e quindi di facilitarsi la rielezione, se riesce a spendere meglio. Le imposte non sono una regola; le imposte sono un prezzo, il prezzo dei pubblici servizi. E, come tutti ormai sappiamo, per tenere i prezzi bassi quanto più possibile non c’è metodo migliore se non quello di lasciarli liberi.


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COMMENTI
26/05/2014 - commento (francesco taddei)

la contraddico signor ronza. il modo migliore per alzare i prezzi è quello di lasciarli liberi. storicamente in italia chi fa il prezzo non si fa concorrenza ma fa cartello per fare i prezzi uguali e più alti. lei ragiona con un liberismo ideologico. poi visto che gli italiani rubano pure sulla salute senza che nessun prete mai gli ricordi a chi dovranno risponderne ecco che si formano i vari mostri come equitalia o lo stato-padrone e i partiti-affaristici.