BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Le domande (senza risposta) sull'oro italiano

Pubblicazione:mercoledì 28 maggio 2014

Infophoto Infophoto

Perché questa mossa? Semplice, per evitare che l’oro andasse in giro e non tornasse più. Insomma, una scelta difensiva. Sia perché la Bank of England stava esagerando con il leasing dell’oro che deteneva, sia perché il governo Blair aveva deciso di vendere le riserve per fare cassa, sia perché le barre d’oro tedesche non avevano un registro e un codice identificativo, quindi non erano reclamabili in modo certo. Insomma, il rischio è quello di non poter richiedere con prove e certezza il proprio oro e diventare, legalmente, solo un creditore generale con un conto in metallo.

Ed ecco il mio dubbio amletico. Al netto del nostro debito pubblico, del decreto rivalutazione quote di Bankitalia e dell’impegno preso con l’Europa rispetto all’Erf, siamo proprio sicuri che l’oro ci sia ancora? Era il 6 ottobre del 2012, quando la Consob, l’ente per la vigilanza sui mercati guidata da Giuseppe Vegas, rese noto che «per cercare di abbattere il debito pubblico si possono usare senza tanti problemi le riserve auree della Banca d’Italia. Palazzo Koch, infatti, può liberamente disporre di tutti i propri beni mobili e immobili, nei limiti in cui tali atti di disposizione non incidano sulla capacità di poter trasferire alla Bce le attività di riserva eventualmente richieste». Pochi mesi prima, fu la stessa Commissione Ue a proporre la costituzione di un superfondo a cui trasmettere, tra le altre cose, le riserve di Bankitalia per cercare di aggredire un debito pubblico ormai di 2mila miliardi di euro: era il padre putativo dell’Erf. Sempre la Consob ricordava poi che la legge sul Risparmio (l. 262/2005) ha stabilito che Bankitalia «è istituto di diritto pubblico», nonostante le quote di partecipazione al capitale di palazzo Koch ancora detenute dalle banche. Sul punto sarebbe dovuto intervenire un regolamento governativo, che però all’epoca non c’era e che grazie al governo Letta con il decreto sulla rivalutazione delle quote ha tramutato Bankitalia di fatto in società privata in mano alle banche detentrici di partecipazioni.

Al netto di tutto questo, il problema è: dove sono le circa 2450 tonnellate d’oro, circa 110 miliardi di euro, di riserve auree italiane? Presso Bankitalia? Non certo tutte: una parte è sicuramente custodita negli Usa e a Londra e Parigi. Se la Bundesbank dieci anni fa ha deciso che era meglio tenersele vicine e ora anche l’Austria vuole vederci chiaro, non sarebbe il caso di dare una controllatina? In che percentuale le nostre riserve sono conservate all’estero? Esiste poi un registro? Le barre o lingotti sono contraddistinte con numeri seriali, dai quali si evince senza ombra di dubbio la proprietà italiana delle stesse? Capisco che dopo le europee questo Paese si sia scoperto tutto renziano - come erano tutti fascisti dopo la Marcia su Roma e antifascisti dopo il 25 aprile - e quindi non si voglia disturbare il grande manovratore, ma francamente a me farebbe piacere sapere dove è finito e se ancora esiste l’oro di Bankitalia che in parte frazionale è anche mio. Tanto più che stiamo andando verso un mondo de-dollarizzato, basti vedere i recenti accordi Cina-Russia e Russia-Iran e quindi l’oro diventa fondamentale, anche in eventuale ottica di rottura dell’eurozona e ritiro dalla moneta unica, visto che una valuta gold-backed sarebbe accettata di buon grado ovunque.

Come ricorderete, in marzo la Russia ha venduto debito pubblico Usa per 26 miliardi di dollari: sapete cosa ha comprato con parte di quel capitale? In aprile ha acquistato 900mila once d’oro per un controvalore di 1,17 miliardi di dollari, portando le proprie riserve auree a 34,4 milioni di once per un controvalore al 1 di maggio scorso di 44,30 miliardi di dollari. Il grafico a fondo pagina ci mostra l’andamento delle riserve auree russe negli ultimi anni: pensate davvero che Vladimir Putin sia stupido e i nostri governanti degli ultimi anni dei geni assoluti? E Cina e India stanno facendo lo stesso ma con maggiori acquisti: solo nel 2012 e 2013 il commercio bilaterale d’oro tra Hong Kong e Pechino è stato per un controvalore di 70 miliardi di dollari.

E come diceva nel suo reportage Ken Goldman di Bloomberg, a proposito di fame di oro fisico da un lato per apprezzare la propria valuta e dall’altro per coprire il fiume di contratti futures meramente speculativi, «potevi camminare nei caveau di Londra ed erano pieni d’oro fino al soffitto, metallo che poteva essere commerciato tra me e te e qualsiasi altra persona. Se cammini oggi nei caveau di Londra, sono virtualmente vuoti. Tutto l’oro è stato trasferito fuori Londra, 26 milioni di once». Vuoi vedere che tra quei 26 milioni, qualche oncia era anche italiana? Esiste un politico, uno solo, che alza la voce e chiede a Bankitalia di rendere conto?

 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.