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SPY FINANZA/ Le domande (senza risposta) sull'oro italiano

Dopo la Germania, ora anche l’Austria ha chiesto un controllo sulle proprie riserve auree detenuto all’estero. Cosa che farebbe bene a fare anche l’Italia, spiega MAURO BOTTARELLI

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La prima fu la Germania, che l’anno scorso chiese il rimpatrio delle proprie riserve auree detenute presso la Fed di New York, ora un altro Stato con rating AAA dell’Unione europea comincia a essere preoccupato per i propri hard assets allocati all’estero. Seguendo in pieno le mosse della Bundesbank, infatti, l’Austria ieri ha chiesto un controllo da parte di auditors esterni della proprie riserve detenute presso la Bank of England a Londra, l’80% delle proprie riserve totali che ammontano a circa 280 tonnellate d’oro.

La conferma è giunta dal portavoce della Banca centrale austriaca in persona, Christian Gutleder. Il quale, però, si è un po’ tradito, visto che ha confermato a Bloomberg come la Banca centrale in passato abbia sempre controllato le sue riserve detenute all’estero e come dal 2007 le stesse non abbiano conosciuto aumenti o diminuzioni: perché allora, proprio adesso, questa fretta di controllare? A livello ufficiale, pare che la mossa sia stata determinata dalla richiesta avanzata dal Partito della Libertà, euroscettici di destra, di maggiore trasparenza nella gestione e di rimpatrio delle riserve. Stando invece al settimanale “Trend”, il governo è stato messo alle strette dalla montante pressione da parte dell’opinione pubblica, la quale in maggioranza si dice certa che quell’oro non ci sia più. E attenzione, il prossimo Paese a richiedere un simile controllo sarà certamente la Francia, visto che il Front National da tempo chiede al governo maggiore chiarezza sulle detenzioni auree e ora, forte del risultato alle europee, potrà mettere alle strette l’esecutivo socialista e l’Eliseo.

Dunque, a breve alcuni auditors si recheranno a Londra per verificare presenza e quantitativo di riserve auree presso la Bank of England, un viaggio che per il governatore della Banca centrale austriaca, Ewald Nowotny, «servirà per mettere a tacere una volta per tutte queste accuse irragionevoli. Persino le drogherie fanno l’inventario una volta l’anno, noi faremo questo controllo». Ma ci saranno ancora le circa 150 tonnellate di oro allocate a Londra oppure l’Austria potrà contare solo sul 17% del totale custodito in patria? Il dubbio c’è, visto che la Bundesbank aveva intenzione di rimpatriare la gran parte delle sue riserve detenute negli Usa, a Londra e Parigi entro il 2020, ma al ritmo con cui l’oro sta partendo da New York ci vorranno almeno 300 anni per concludere l’operazione.

E l’oro italiano, dov’è? Siamo sicuri che ci sia ancora? E poi, in effetti, ora di chi sono le nostre riserve auree, le quarte al mondo per quantità? Se Bankitalia è in mano alle banche private, grazie al decreto per le rivalutazione delle quote voluto dal governo Letta e benedetto dalla tagliola della Boldrini, quell’oro è privato, è di fatto di proprietà delle banche. E poi c’è lo European Redeption Fund (Erf), l’addentellato mortale del Fiscal Compact che a fronte dell’emissione di bond pro-quota, vuole a garanzia del debito eccedente il 60% della ratio sul Pil tutti gli assets statali, oro in testa. Non è che lo abbiamo già dato in pegno il nostro oro, per onorare qualche strano accordo segreto?