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SPY FINANZA/ I numeri che "preparano" un blitz di Draghi

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Torna infatti a frenare l’inflazione in Italia a maggio, diminuendo dello 0,1% rispetto al mese precedente, mentre è aumentata dello 0,5% rispetto a maggio 2013. Questa la stima preliminare dell’Istat, secondo cui il lieve calo dell’inflazione è imputabile alla decelerazione della crescita su base annua dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti e all’accentuarsi della diminuzione dei prezzi degli alimentari non lavorati. Una dinamica in parte bilanciata dall’aumento tendenziale dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (in flessione nei nove mesi precedenti). Pertanto, l’inflazione di fondo, al netto degli alimentari freschi e dei beni energetici, è scesa allo 0,8% (dall’1% di aprile) e al netto dei soli beni energetici si è portata allo 0,6% dal +0,9% del mese precedente. La diminuzione mensile dell’indice generale è da ascrivere ai cali dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-1,7%), su cui hanno inciso fattori stagionali e dei servizi relativi alle comunicazioni (-1,1%).

Un segnale preoccupante, per il timore di una spirale deflazionistica che minerebbe la fragile ripresa dell’Italia, è arrivato dai prezzi degli alimentari e delle bevande alcoliche che non sono mai stati così bassi da giugno del 2010: a maggio hanno segnato una flessione dello 0,2% rispetto allo stesso mese del 2013 e del +0,1% su aprile di quest’anno. Ora, ditemi voi se si può continuare così, senza un intervento che sblocchi e rompa una spirale di questo tipo. Inoltre, sempre questo mese sono rimasti fermi i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona, il cosiddetto “carrello della spesa”. Sono infatti cresciuti dello 0,1% in termini sia congiunturali che tendenziali, segnando un rallentamento della crescita su base annua di quattro decimi di punto percentuale rispetto ad aprile (+0,5%). L’incremento è anche inferiore al +0,5% del tasso generale, mentre l’inflazione acquisita per il 2014 è stabile allo 0,3%.

E sempre ieri anche il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, all’assemblea annuale, ha suonato l’allarme deflazione: «Al pari di tassi d’inflazione eccessivamente elevati, anche una dinamica troppo contenuta dei prezzi è dannosa per la stabilità finanziaria, specie quando i debiti pubblici e privati sono alti e la crescita è debole», ha detto Visco, ritenendo che la deflazione vada contrastata con altrettanta fermezza, anche per evitare che si radichi nelle attese di medio periodo. «La formazione delle aspettative non è un processo lineare: mutamenti anche forti possono materializzarsi, in modo discontinuo, in tempi brevi», ha concluso.

Alleluja, alleluja, sembra che piano piano sempre più occhi comincino ad aprirsi sulla realtà. Bene, ma ora occorre agire e in fretta, visti anche il dato dell’inflazione armonizzata spagnola sceso allo 0,2% dallo 0,3% di aprile e gli ultimi dati sulla fornitura annuale di massa monetaria M3 che sta flirtando con quota 1%, quando il livello negli anni del boom fino al 2007 era del 12%, come ci mostra questo grafico: il tasso di crescita annuale è sceso allo 0,8% ad aprile dall’1% di marzo e ben al di sotto dell’obiettivo del 4,5% fissato dalla Bce. Con numeri del genere non si può andare avanti, non arriverà mai nemmeno un refolo di ripresa: occorre agire. Adesso.

 

 

P.S.: E tanto per darvi un quadro più chiaro e nitido della situazione in cui versa la periferia dell’eurozona, ecco questo. Ci dimostra chiaramente come nonostante l’indice Ibex di Madrid che corre e lo spread del decennale iberico a soli 30 punti base di differenza da quello statunitense, in Spagna ci siano oggi 1,26 milioni di persone che sono senza lavoro dal 2010, dato che porta la disoccupazione di lungo periodo in aumento del 500% dal 2007. Per Edward Hugh, economista inglese che lavora a Barcellona, «i costi della crisi sono stati distribuiti in maniera molto diseguale in Spagna. Alcuni si sono appena accorti che ci fosse, mentre un numero sempre crescente di persone è fuori dal mercato del lavoro da più di tre anni. Molte di queste persone sono ora “disoccupati strutturali” e una larga fatta di essi ha più di 50 anni. È un disastro nazionale».

 



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