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Economia e Finanza

RIFORMA PA/ Gli "inganni" nascosti nel piano di Renzi

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Prima di metter mano a una macchina tanto complessa come la Pubblica amministrazione occorre chiedersi perché le regole di base delle riforme Bassanini e Brunetta non sono state applicate. Le ragioni sono storico-sociologiche. Le illustrò a tutto tondo il Premio Nobel Douglass C. North nel 1990 nel libro Istituzioni, Cambiamento Istituzionale ed Evoluzione dell’Economia, 150 pagine che il Presidente del Consiglio e il Ministro della Funzione Pubblica dovrebbero studiare con cura. Oppure, se desiderano qualcosa di più fresco, il saggio di Enrico Spolaore e Romain Wacziarg How Deep are the Roots of Economic Development? nel fascicolo di giugno 2013 del Journal of Economic Literature. Da questi e altri lavori si conclude che se non si agisce con astuzia le vecchie regole si irrigidiscono e impediscono l’arrivo delle nuove.

Tuttavia, all’inizio di questa nota, si è detto che c’è del buono nel programma delineato. Ad esempio, il dimezzamento dei congedi sindacali (una forma impropria di finanziamento di associazioni private), l’abolizione della Covip (che ha fatto principalmente danni con la proliferazione di 700 fondi pensioni lillipuziani che hanno reso futile la previdenza integrativa), la concentrazione delle scuole della Pubblica amministrazione in un unico istituto (dove sarebbe bene riprendere la prassi, vigente sino al 1998, di reclutare i professori dietro pubblico concorso e non secondo gli umori o le clientele del “potente” di turno), l’accorpamento di uffici sparsi sul territorio, la riduzione di numerosi adempimenti diventati inutili. E via discorrendo.

E su questo buono che occorre operare. Per inciso, che fine fa l’Aran dato che da anni non si fanno più contratti collettivi nella Pa?

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