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SPILLO/ Da Svizzera e Argentina le "spinte" per tornare alla lira

Le vecchie lire (Immagine d'archivio) Le vecchie lire (Immagine d'archivio)

I racconti della crisi argentina sono molti ormai; ma quasi mai si ricorda un dato semplice: nel 2000 il tasso di disoccupazione era superiore al 20%, quando iniziò a crollare grazie all’inflazione (perché grazie all’inflazione, questo non lo dicono mai, non conviene tenere i soldi sotto il materasso o fermi in banca, ma conviene spenderli in beni reali o tentare di investirli in qualche impresa economica, in ogni caso avendo l’effetto di creare lavoro e posti di lavoro). Da quel momento, la disoccupazione passò sotto al 15% già dall’inizio del 2004, poi sempre sotto il 12% dal 2005, poi sempre sotto il 10% dal 2007 e infine non ha più superato l’8% dal 2010. Oggi è al 6,4% circa. Un sogno per noi italiani. C’è dunque da chiedersi se sia preferibile avere, come in Argentina, disoccupazione al 6% e inflazione al 22% (e salari che aumentano del 25%), oppure come in Italia oggi, con disoccupazione al 12,7% (in crescita) e inflazione allo 0,5%. Un’inflazione così bassa che protegge chi presta denaro (cioè chi lo ha) e svantaggia chi prende a prestito: risultato, crollo del credito.

Ma l’intervista a Zingales contiene altri elementi interessanti. Come quello della possibile svalutazione della nuova lira rispetto all’euro: “Di sicuro tra il 25% e il 30%, forse anche il 50%. In Argentina sono arrivati al 70%. Insomma, una bella botta”. Qui dobbiamo fermarci un attimo per comprendere un passaggio importante: ipotizzare che, tornare a una moneta nazionale porterebbe la nuova moneta ad una svalutazione del 30% rispetto all’euro, perché quella sarebbe la reale valutazione della nostra economia, vuol dire presupporre che ora stiamo utilizzando una moneta (l’euro) sopravvalutata di circa il 30% rispetto al reale valore della nostra economia. Ora la vera domanda è: c’è un qualche modello economico, un riferimento qualsiasi, una semplice teoria che possa giustificare la sostenibilità di un sistema economico che utilizza una moneta non sua sopravvalutata del 30% o forse più? Di questo ipotetico modello economico non c’è traccia e il precedente dell’Argentina (che avendo agganciata la propria moneta ad un cambio stabile con una moneta estera è come se avesse avuto una moneta straniera di fatto) non è incoraggiante.

Ma torniamo alla nostra ipotesi. Noi torniamo alla lira a un certo cambio fissato dal governo e la speculazione internazionale “cattiva” ci svaluta questa moneta (agendo sul mercato dei cambi) del 30%. Per chi opera sul mercato interno non cambia sostanzialmente nulla. Spendeva 100 lire prima, continua a spendere 100 lire dopo per pagare un qualsiasi prodotto interamente italiano. Chi invece si era abituato a comprare all’estero troverà tutti i prezzi più cari del 30%. E quindi cercherà di sostituirli con pari prodotti italiani. Questo farà riprendere i consumi interni e l’occupazione. Al contrario, chi era abituato a vendere all’estero prodotti italiani si ritrova con un grande vantaggio, cioè può vendere a prezzi maggiorati del 30% (in valuta italiana) oppure può praticare sconti fino al 30% rispetto alla concorrenza (incassando così la stessa cifra, sempre in valuta italiana).

Ora veniamo all’unico caso davvero sconveniente. Il caso di prodotti esteri non sostituibili con produzione italiana. Il caso tipico è quello del petrolio. Non intendo qui affrontare questioni non banali, come quella della discreta quantità di petrolio che potremmo estrarre in casa o delle diverse fonti di energia che oggi non sfruttiamo o delle diverse tecnologie che potrebbero essere implementate per consumare meno e meglio. Rimaniamo sul fatto che comunque vi sono e vi saranno una serie di materie che importiamo, lavoriamo e rivendiamo. E partiamo dall’esempio concreto del petrolio.

Il petrolio viene prezzato in dollari. Se la nuova lira si deprezza verso l’euro, non è detto che si deprezzi verso il dollaro; magari si deprezzerà di una percentuale inferiore rispetto al dollaro, mentre al contrario il nuovo euro (senza l’Italia) si apprezzerà non poco rispetto al dollaro. Insomma, se la nuova lira si deprezza del 30% rispetto al nuovo euro, potrebbe farlo solo del 15% rispetto al dollaro. Questo perché il nuovo euro potrebbe apprezzarsi del 15% rispetto al dollaro. In altre parole, il prezzo del petrolio per noi non sarebbe così rincarato come da svalutazione. Inoltre, le nostre automobili non consumano petrolio ma benzina, cioè un prodotto di un processo (la raffinazione) che viene svolto in Italia e il cui costo non dipende dalla svalutazione della moneta nazionale. In realtà, il costo del petrolio incide appena per il 25% rispetto al costo della benzina alla pompa. Quindi un aumento di una certa percentuale del costo del petrolio si riflette per appena un quarto sul costo della benzina.