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SPILLO/ Da Svizzera e Argentina le "spinte" per tornare alla lira

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Le vecchie lire (Immagine d'archivio)  Le vecchie lire (Immagine d'archivio)

Anche Zingales ripete questi tipi di ragionamento: “Nel caso dei ceci, essendo un bene molto commerciabile, subirebbero un aumento pari alla svalutazione, diciamo tra il 30% o il 50%. Ma per il pane, per esempio, sarebbe un’altra storia”. “Nel prezzo al dettaglio del pane ci sarà, diciamo, un 15% di materia prima, la farina, il lievito. Il resto è trasporto, salario del panettiere, distribuzione. La quota di materia prima subisce un aumento al pari dei ceci, le altre voci molto meno. Quindi, una pagnotta aumenterebbe meno dei ceci”. E nel caso delle case? “Dipende anche qui. Se hai una casa a Frascati, un mercato locale, il suo prezzo si tradurrà più o meno in un rapporto uno a uno lira/euro. Se hai una casa in centro a Roma, beato te, quella ha ormai un mercato internazionale, se la comprano i russi. È probabile che si rivaluti. E se hai pure un mutuo che da euro è passato in lire, ci guadagni”.

Come si capisce, la situazione può cambiare molto da caso a caso. Ora la considerazione cruciale. I titoli di Stato italiano sarebbero ridenominati, secondo il diritto italiano, nella nuova valuta. Per gli italiani non cambia nulla. Per gli acquirenti esteri invece una svalutazione porterebbe a un danno pieno, pari alla stessa svalutazione. Questi non avrebbero certamente alcun interesse a svalutare i propri titoli detenuti. Anzi, potrebbero essere interessati a mantenere il valore della moneta italiana, per evitare perdite sui titoli di Stato italiani. Oltretutto, perché mai svendere o sottovalutare il valore dei titoli di Stato di un Paese che finalmente ritorna a una valuta nazionale, un Paese i cui prodotti tipici e la produzione manifatturiera di qualità è apprezzata in tutto il mondo? In altre parole, perché avere timore di un Paese che, tornando alla moneta nazionale, non correrà mai più il rischio di non pagare il proprio debito sulla propria moneta? Questa è la stessa condizione privilegiata di paesi come la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone (quest’ultimo con un debito pubblico ben superiore a quello italiano, tanto da essere a oltre il 200% del Pil).

Inoltre, c’è un altro fattore sostanziale da considerare: senza l’Italia, l’euro rischia di avere una forte rivalutazione e allora le esportazioni per chi ha quella moneta diventeranno veramente difficili. A quel punto, senza l’Italia, rimane difficile pensare a una sopravvivenza delleEuro. E se tanti paesi tornano a monete nazionali, tutti tenteranno di perseguire una svalutazione competitiva, per guadagnare spazio nelle esportazioni. Ma se tutti svalutano, nessuno ci guadagna. E se nessuno ci guadagna, finisce che nessuno svaluta.

Infine, c’è un ultimo fattore di grandissima importanza. Un Paese proprietario della propria moneta è in grado di attuare soluzioni monetarie estreme a difesa della propria economia e a difesa della occupazione. Proprio come ha minacciato Draghi nel 2012, quando pomposamente annunciò che la Bce avrebbe fatto di tutto per sostenere l’euro, e questo sarebbe stato abbastanza. Ma è ovvio, se si tratta di creare moneta, ogni Paese non ha limiti sulla propria moneta (infatti l’unico problema serio è quando si indebita in moneta estera).

Un esempio in questi anni è venuto dalla vicina Svizzera. Quando nel 2011 l’euro era in caduta libera nei confronti del Franco Svizzero (tanto da scendere da 1,6 del 2008 a quasi 1 del 2011), la Snb (la banca centrale svizzera) intervenne prontamente (sicuramente era un intervento pianificato e previsto, ma tenuto nel cassetto) per difendere la propria economia. Infatti, con un franco svizzero eccessivamente forte, le vacanze in Svizzera sarebbero state eccessivamente costose per tutti gli europei, con gravi conseguenze per tutta l’economia reale elvetica. Per questo la Snb intervenne e fissò il nuovo valore di cambio a 1,2 minacciando il proprio intervento con mezzi monetari anche illimitati: il mercato internazionale dei cambi istantaneamente si adeguò a quel valore. Da allora, pur oscillando, il valore dell’euro non è mai sceso sotto 1,2 come mostra il grafico seguente.

La nostra Italia non è certo più piccola della Svizzera. Ci manca solo una moneta nostra per difendere in maniera adeguata la nostra economia. Occorre una moneta sovrana per poter decidere di spendere per sostenere i servizi sociali o l’economia reale. Uno strumento di sovranità a cui un Paese moderno non dovrebbe mai rinunciare.

 



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