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I NUMERI/ Europa e Italia (di nuovo) sul baratro

Pubblicazione:martedì 6 maggio 2014

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Non vengono toccate le previsioni europee sul deficit italiano (nel 2014 al 2,6% e nel 2015 al 2,2%) e sulla crescita (+0,6% e +1,2%), meno dello 0,8% e dell’1,3% previsti dal governo. L’Istat proprio ieri conferma lo 0,6% e prevede appena un +1% il prossimo anno. Ma Bruxelles precisa che i dati per il 2015 non tengono in considerazione né la riduzione dell’Irpef per i redditi bassi, né la spending review ,“perché i dettagli non sono stati ancora specificati”.

Non è possibile stimare l’impatto del bonus di 80 euro sui consumi. Il commissario Ue Siim Kallas specifica che “è probabile abbia un effetto neutrale sulla crescita nel breve periodo, ma potrebbe avere un effetto positivo nel lungo termine se sarà finanziato razionalizzando e migliorando l’efficienza della spesa”. L’Istat definisce “modesto” il beneficio sui consumi interni che, in ogni caso, sono previsti in rialzo. Il giudizio definitivo, in sede comunitaria, sui conti pubblici italiani e sul programma di riforma contenuto nel Def presentato da Renzi e Padoan sono attesi per il 2 giugno. Si spera nel via libera allo slittamento di un anno del pareggio di bilancio, anche se il peso del debito, che resta attorno al 133% del Pil, solleva un grande punto interrogativo, come non ha mancato di sottolineare Kallas.

L’Italia, dunque, rimane debole. L’uscita dei paesi periferici dall’emergenza, celebrata con squillanti fanfare sui giornali, non significa affatto che i Piigs sono entrati in una fase di crescita sensibile. In realtà, avviene con almeno un anno di ritardo rispetto al ciclo internazionale; l’Ue doveva cogliere l’occasione tra il 2012 e il 2013, cioè quando le parole e le scelte di Draghi avevano fugato il rischio di un collasso dell’euro, per scegliere una politica di reflazione aumentando la domanda interna a cominciare dai paesi in grado di farlo senza interrompere il cammino di riduzione del debito. Così non è avvenuto, nonostante gli avvertimenti dello stesso Fondo monetario internazionale. Ed è stata perduta l’occasione.

Di fronte alla nuova Guerra fredda o comunque la si voglia chiamare, l’Europa avrebbe dovuto trovarsi in una condizione di maggior forza economica per reggere meglio il colpo di coda e per sfidare davvero Vladimir Putin. Un eventuale embargo rischia di creare maggiori difficoltà ai paesi europei senza scalfire in profondità il potere del Cremlino. L’Occidente ha sempre sottovalutato la capacità di resistenza e di sofferenza dei russi, come dimostra la storia. Senza evocare Napoleone e Hitler, va ricordato che l’agonia del comunismo è durata decenni, molto più di quanto la sua crisi endemica e il mancato funzionamento del sistema avrebbe fatto immaginare.


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