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SPY FINANZA/ Le manovre che preparano un nuovo '92

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Nell’editoriale del rapporto semestrale sull’economia, Rintaro Tamaki, il facente funzioni di capo economista dell’Ocse, ha detto chiaramente che la Bce deve adottare altre misure: «Chiediamo alla Bce di adottare nuove misure per spingere con decisione l’inflazione verso i suoi valori obiettivo e di essere pronta a ulteriori provvedimenti di stimolo se l’inflazione non dovesse mostrare chiari segnali di ritorno a questi livelli». Nell’area euro ad aprile l’inflazione è leggermente risalita, allo 0,7% dallo 0,5% cui si era ridotta a marzo, ma anche così resta molto lontana dal valore auspicato dall’Eurotower (inferiore ma vicina al 2%) e statisticamente il periodo pasquale porta con sé un lieve aumento. «Dati i persistenti rischi al ribasso sulla crescita, l’elevata disoccupazione, l’inflazione sotto i valori obiettivo e gli alti livelli di indebitamento pubblico, le politiche monetarie dovrebbero restare accomodanti nell’area Ocse», sottolinea l’economista dell’istituzione parigina.

Secondo un gestore fondi, più che i dati sull’inflazione «potrebbe essere il livello dell’euro sul dollaro la variabile cruciale per spingere l’Eurotower ad attuare dei cambiamenti» nella riunione attesa per oggi, visto che siamo già ampiamente rientrati nella fascia di oscillazione di 1,2930. Ma se, come dice Serra, c’è tutta questa voglia di Italia sui mercati, come testimonierebbe anche il dato di aprile che vede l’attività del settore dei servizi tornata a crescere, seppure in misura modesta dopo la contrazione segnata nel mese precedente, perché sempre l’Ocse ha rivisto lievemente al ribasso le sue stime di crescita per il Pil italiano rispetto alle previsioni del novembre scorso, da +0,6% a +0,5%, mentre per il 2015 è previsto un +1,1%, grazie alla spinta data dal «ritorno della fiducia e dai moderati tagli alle tasse»?

E poi, se il Paese è ripartito, come spiega Serra l’ennesimo calo nei consumi di elettricità e gas dell’ultimo mese, abbiamo forse scoperto fonti energetiche alternative per far funzionare le fabbriche e alimentare le nostre abitazioni e celiamo gelosamente il segreto al resto del mondo in attesa di brevettarlo? Proprio sicuri che basti lo spread artificialmente basso e lo showdown a distanza tra Renzi in versione Thatcher e la Camusso in versione Schargill a fare dell’Italia il paradiso dell’investimento? Ah già, c’è la stabilità politica finalmente ritrovata a far saltare di gioia gli investitori esteri: parliamo della stabilità che ieri ha visto una mezza crisi sulla riforma del Senato, con tanto di prospettate dimissioni del ministro Boschi? Magari, penso io, l’Italia è più facile che sia il paradiso dello shopping a basso costo, delle offerte speciali in vista del redde rationem.

Guardate il primo grafico a fondo pagina: il rischio di premio per chi presta denaro è infatti ai minimi per quanto riguarda il debito governativo ma i cosiddetti “real borrowers”, coloro i quali come soggetti privati hanno bisogno di finanziarsi sul mercato per fare investimenti per le proprie aziende, conoscono ancora tassi record (la linea rossa). E la creazione di prestiti al settore privato e quella di massa monetaria M3? Eccovi la risposta nel secondo grafico: è questa l’Italia di cui hanno fame gli investitori stranieri? A mio avviso questa è soltanto l’Italia che ha fame. Quindi, al netto di costi di finanziamento minimi per lo Stato (un qualcosa di benedetto, per carità, visto quanto paghiamo l’anno di interessi sul debito), il settore privato conosce la necessità non di massimizzare il profitto ma di minimizzare il debito, con un settore bancario in preda a delirio da deleverage per presentarsi infiocchettato agli stress test e quindi sempre tentato di tenere i rubinetti del credito al minimo o aperti solo per i soliti noti. Lo dimostra plasticamente il terzo grafico, che riguarda la creazione di nuovi prestiti al settore corporate nei vari Stati dell’Ue.

E ancora. Al netto che lo spread basso sia una buona notizia per quanto riguarda il servizio del debito, dopo i 320 miliardi di euro di interessi pagati negli ultimi tre anni, secondo le stime contenute nel Documento di economia e finanza varato dal governo Renzi, l’Italia pagherà, fino al 2018, altri 420 miliardi di euro di interessi, ossia un quinto del volume totale del debito pubblico attuale. Stando a quanto riportato nel sezione specifica del Def, la stima che fa il governo si fonda «assumendo che il differenziale dei tassi di interesse sulla Germania sulla scadenza a 10 anni rimanga coerente con il 2014, per poi scendere progressivamente a 150 punti base nel 2015 e 100 punti base nel 2016 fino all’ultimo anno di simulazione». E se la Fed avanza spedita col “taper” e alza i tassi? Non è una mia fisima particolare, è una preoccupazione anche di Bankitalia, scritta nero su bianco nell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria: ovvero, anche senza scossoni sullo spread Btp-Bund, il rialzo dei tassi negli Usa potrebbe sostanziarsi in un aumento dei rendimenti anche per i nostri titoli.

 

 

 


COMMENTI
09/05/2014 - Euro raus! (Carlo Cerofolini)

E se uscissimo dall'euro?

 
08/05/2014 - Le cose stanno così (Renato Mazzieri)

Davvero ineccepibile. Ed il peggio deve ancora venire. Grazie.