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SPILLO/ 2. Il grande abbaglio che ci sta rendendo poveri (e arrabbiati)

Timothy Geithner (S) con Barack Obama (Infophoto) Timothy Geithner (S) con Barack Obama (Infophoto)

L’aumento delle diseguaglianze mondiali è relativamente nuovo nella scala economico-sociale dell’umanità, ed è la conseguenza dello straordinario arricchimento dei paesi occidentali in oltre due secoli. Da una ventina d’anni sembrerebbe che le diseguaglianze mondiali diminuiscano. Ma si tratta, in parte, di un abbaglio. Ciò che spiega questa evoluzione è la diminuzione delle diseguaglianze internazionali. L’urgenza e la difficoltà in cui oggi ci troviamo attengono al problema di conciliare l’esigenza di giustizia sociale con il bisogno di efficacia economica.

Per raggiungere l’efficacia economica alcuni sono tentati di rinunciare a ogni forma di giustizia e quindi l’ultraliberismo. Altri, in nome della giustizia, rischiano di pregiudicare gravemente l’efficacia economica e quindi la sua propulsione. Purtroppo dobbiamo prendere atto che la remunerazione, il salario, non dipendono dalla morale, ma dal mercato. Ne consegue che la sola possibilità di eliminare la povertà è la creazione di ricchezza.

È stato dimostrato (da Marx-Engels) che i progressi della civiltà derivano dall’egoismo piuttosto che dal disinteresse, poiché l’economia è amorale. In questo nostro tempo le persone più deboli sono i disoccupati e i salariati. E in questo contesto la democrazia e quindi la politica arriva, o dovrebbe arrivare, a compensare gli effetti più ingiusti del mercato, senza nuocere troppo all’efficacia dell’economia. Si tratta, in definitiva, di stabilire un rapporto armonico tra il capitalismo, il mercato e lo Stato.

Da quanto finora si è detto, il dato più importante che si dovrebbe evidenziare e sul quale focalizzarsi è la povertà. La povertà che oscilla tra paura e speranza. Paura di cadervi o di non uscirne e speranza di vincerla. E quindi che fare, se non adottare una politica della speranza? Secondo l’antropologo indiano Arjun Appadurai, “per arrivarci dobbiamo comprendere come si passa dalla miseria all’ira e cioè alla ribellione. L’umiliazione è un vettore, ma non il solo”. Altri vettori, altre forme di sofferenza o di esclusione creano un legame tra la geografia della miseria e quella dell’ira, della ribellione.

Bisogna identificare questi luoghi, comprenderli e recuperarli e fonderli in modo armonico con lo sviluppo, la politica e l’economia. L’attesa e l’affidarsi alla sola mano invisibile del mercato può essere rischiosa. Il rischio è un’affermazione della plutocrazia e, conseguentemente, una successiva deriva populista alimentata dalla paura della povertà, dalla ribellione. Questa dovrebbe essere anche la nostra politica della speranza, la nostra missione e la nostra etica; secondo quanto indicato da Papa Francesco, infatti, «oggi dobbiamo anche dire “non rubare” a quell’economia che crea esclusione e diseguaglianza».

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COMMENTI
01/06/2014 - "Turbocapitalismo" surrogato di statalismo (Massimo Zamarion)

Quindi il “turbocapitalismo” è solo un surrogato di statalismo. Lo statalismo classico (e palese) confisca i redditi e scarica i suoi problemi sul debito pubblico. Il “turbocapitalismo” confisca i risparmi (ai quali non riconosce nessuna remunerazione e che svaluta attraverso la “stampante” monetaria). In questo caso in pratica lo stato dice al cittadino: noi non siamo un paese statalista, quindi non possiamo fare l’assistente sociale; ma tu vai pure in banca, dove non ti rifiuteranno nessun prestito, te lo garantiamo noi. Fino a che crolla il palco, e alla fine della giostra i debiti privati diventano debito pubblico. Ed è per questo, per esempio, che il debito pubblico negli USA, paese “liberista”, è ormai vicino ai livelli italiani. Il "Capitalismo" non è un sistema e quindi la soluzione non è correggere un sistema che non esiste. Da cento anni l'intervento dello stato sull'economia non ha ha mai cessato di aumentare, e ormai siamo a livelli patologici: eppure, vogliamo sempre più stato...Mah... Abbasso MARX!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Non aveva ragione in NULLA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 
01/06/2014 - Il "capitalismo" non è un sistema ergo non esiste (Massimo Zamarion)

Il “capitalismo” è un concetto marxista, è un “ismo” che prima dei seguaci di Marx non esisteva, un nemico costruito ad immagine somiglianza del comunismo, e quindi un “sistema”. Ma la libera economia non è un “sistema”. La libera economia e la divisione del lavoro sono naturalmente sociali e quindi non immorali. Si può dire che anche lo stato nelle sue dimensioni naturali è figlio della divisione del lavoro, in quanto gli si riconoscono dei compiti di naturale sociale che esso può portare a termine meglio di come potrebbero fare i singoli individui se dovessero arrangiarsi da soli. I guai non nascono dalla “libera economia” ma dal non rispetto dei diritti della persona e dall’interventismo dello stato sulla stessa. La crisi economico-finanziaria degli ultimi anni è stata addebitata a un cosiddetto “turbocapitalismo” che non è mai esistito. In realtà nei paesi anglosassoni (e non solo) la crescita è stata alimentata artificialmente bloccando i meccanismi di mercato: la Banca Centrale (e quindi lo Stato) ha tenuto i tassi d’interesse artificialmente bassi per anni e anni, CONTRO le logiche della libera economia, come se vi fosse risparmio in abbondanza, mentre non ve n’era affatto. E’ così che sono cresciute bolle che in una libera economia sarebbero state fate scoppiare sul nascere.