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SPILLO/ 2. Il grande abbaglio che ci sta rendendo poveri (e arrabbiati)

Pubblicazione:domenica 1 giugno 2014

Timothy Geithner (S) con Barack Obama (Infophoto) Timothy Geithner (S) con Barack Obama (Infophoto)

I conflitti della fine del secolo scorso, le tensioni tra Hezbollah e Israele, la posizione cauta della Russia nei confronti degli Stati ex Urss: tutti questi fatti ridimensionano il fattore “potenza” specie se rapportata con conflitti asimmetrici. Allo “yes we can” di Barack Obama si oppone una risposta multipolare “anche noi possiamo” degli Stati più deboli. Il progetto occidentale di esportare in tutto il mondo i diritti dell’uomo non decolla. Anzi, il mondo si decentra e l’egemonia degli Stati Uniti e dell’Europa viene contestata e respinta. Si tratta, in definitiva, del decentramento dell’Occidente, con il tramonto dello Stato-nazione e con la confluenza in una società-mondo soggetta agli stessi problemi di sviluppo ambiente, riscaldamento climatico, ecc. È un’altra faccia del processo di “globalizzazione”. Globalizzazione delle aziende, della finanza, della comunicazione, ecc.

Tuttavia, questo processo di mondializzazione non produce unificazione dal momento che circolano merci, titoli finanziari, informazioni attraverso le reti, ma non persone o impieghi. Quindi, il risultato contradditorio della globalizzazione è, da una parte, la riduzione delle diseguaglianze medie tra territori, dall’altra l’aumento delle diseguaglianze interne. Ad esempio, fino agli anni ‘80 del secolo scorso il mondo era ancora diviso tra un miliardo di ricchi, concentrati prevalentemente nei paesi occidentali, e cinque miliardi di poveri, abitanti nel cosiddetto terzo mondo.

Oggi, esemplificando all’estremo, esiste sempre un miliardo di ricchi, ma se ne trovano sempre di più nell’ex terzo mondo. Quattro miliardi di individui vivono in situazioni di acquisizione di benessere, mentre ne rimane un miliardo che sprofonda nella povertà e, di questi vecchi o nuovi poveri, vi è un aumento sensibile nei paesi ricchi.

La globalizzazione favorisce, dunque, il riscatto economico rapido, ma induce anche cadute nell’indigenza; e non unifica il mondo ma lo frammenta. La diseguaglianza così macroscopica ed evidente nel nostro tempo è un dato che risale, all’incirca, al XIX secolo. Secondo Angus Maddison (in “Historical Statistics”), all’inizio della rivoluzione industriale le differenze del Pil per abitante nelle grandi regioni del mondo erano molto deboli; così, la ricchezza media di un africano era solo due volte minore di quella di un europeo occidentale. Nei primi anni del XXI secolo, questa differenza è moltiplicata di oltre tredici volte. Ancora, lo storico Paul Bairoch scrive “non esisteva grande differenza tra i livelli di reddito delle diverse civiltà nel periodo in cui raggiungevano l’apogeo: Roma nel I secolo, l’India nel XVII e l’Europa nel XVII”.


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COMMENTI
01/06/2014 - "Turbocapitalismo" surrogato di statalismo (Massimo Zamarion)

Quindi il “turbocapitalismo” è solo un surrogato di statalismo. Lo statalismo classico (e palese) confisca i redditi e scarica i suoi problemi sul debito pubblico. Il “turbocapitalismo” confisca i risparmi (ai quali non riconosce nessuna remunerazione e che svaluta attraverso la “stampante” monetaria). In questo caso in pratica lo stato dice al cittadino: noi non siamo un paese statalista, quindi non possiamo fare l’assistente sociale; ma tu vai pure in banca, dove non ti rifiuteranno nessun prestito, te lo garantiamo noi. Fino a che crolla il palco, e alla fine della giostra i debiti privati diventano debito pubblico. Ed è per questo, per esempio, che il debito pubblico negli USA, paese “liberista”, è ormai vicino ai livelli italiani. Il "Capitalismo" non è un sistema e quindi la soluzione non è correggere un sistema che non esiste. Da cento anni l'intervento dello stato sull'economia non ha ha mai cessato di aumentare, e ormai siamo a livelli patologici: eppure, vogliamo sempre più stato...Mah... Abbasso MARX!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Non aveva ragione in NULLA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 
01/06/2014 - Il "capitalismo" non è un sistema ergo non esiste (Massimo Zamarion)

Il “capitalismo” è un concetto marxista, è un “ismo” che prima dei seguaci di Marx non esisteva, un nemico costruito ad immagine somiglianza del comunismo, e quindi un “sistema”. Ma la libera economia non è un “sistema”. La libera economia e la divisione del lavoro sono naturalmente sociali e quindi non immorali. Si può dire che anche lo stato nelle sue dimensioni naturali è figlio della divisione del lavoro, in quanto gli si riconoscono dei compiti di naturale sociale che esso può portare a termine meglio di come potrebbero fare i singoli individui se dovessero arrangiarsi da soli. I guai non nascono dalla “libera economia” ma dal non rispetto dei diritti della persona e dall’interventismo dello stato sulla stessa. La crisi economico-finanziaria degli ultimi anni è stata addebitata a un cosiddetto “turbocapitalismo” che non è mai esistito. In realtà nei paesi anglosassoni (e non solo) la crescita è stata alimentata artificialmente bloccando i meccanismi di mercato: la Banca Centrale (e quindi lo Stato) ha tenuto i tassi d’interesse artificialmente bassi per anni e anni, CONTRO le logiche della libera economia, come se vi fosse risparmio in abbondanza, mentre non ve n’era affatto. E’ così che sono cresciute bolle che in una libera economia sarebbero state fate scoppiare sul nascere.