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SPY FINANZA/ "L'effetto Giappone" che può mettere in ginocchio l'Italia

Pubblicazione:giovedì 12 giugno 2014

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Se ben ricordate, qualche settimana fa scrissi che ormai gli italiani si stavano tramutando in giapponesi, ovvero era sempre più proprietari del loro debito, visto che solo il 30% di questo a oggi risulta in mano straniera. D’altronde, con le banche che ad aprile hanno comprato titoli per 9 miliardi invece di aiutare imprese e famiglie e oggi hanno in portafoglio debito per un controvalore di 340 miliardi, non ci vuole Superman per abbassare lo spread, stante anche l’ultimo regalo di Mario Draghi a banche e governi, come vi ho dimostrato ieri. Direte voi, essere giapponesi non è così male, visto il risultato record della crescita nel primo trimestre, un +6% e rotti garantito dalla stamperia h24 di Shinzo Abe. Peccato che quella stamperia, stia creando i prodromi del disastro.

Primo, quel dato del Pil è frutto soltanto di una cosa: l’innalzamento dell’Iva introdotto il 1 aprile. Ovvero, nel primo trimestre i giapponesi hanno comprato beni come se non ci fosse un domani per evitare di pagarli più cari, attendiamoci quindi un dato del secondo trimestre un po’ diverso, visto che la Bank of Japan ha già messo le mani avanti e si prepara a dare colpa a El Nino per la rivisitazione al ribasso delle stime. E l’economia? Beh, con un Pil così andrà a cannone? No, l’economia nipponica ha conosciuto i primi due mesi di contrazione - avete letto bene, contrazione - dall’inizio dell’Abenomics, come dimostra il grafico a fondo pagina. In compenso, gli stipendi staranno salendo? No, stanno continuando a calare da 23 mesi di fila.

Pensate che io scherzi? Con i prezzi dei beni alimentari che stanno crescendo al ritmo più alto degli ultimi 23 anni dopo l’aumento dell’Iva, l’indice di miseria della nazione è al livello più alto dal 1981, mentre i salari indicizzati all’inflazione stanno patendo il calo maggiore da quattro anni a questa parte. Il cosiddetto “misery index”, combinato disoccupazione (al 3,65%) e inflazione (al 3,4%), ha raggiunto quota 7%, il più alto da 33 anni a questa parte. Proprio miracolosa questa Abenomics, non c’è che dire, fa bene la Bce a seguirne l’esempio, pur con il back-door funding alle banche e non con l’acquisto di massa diretto (anche se non sterilizzare gli acquisti è già un primo passo in sedicesimi). Ma il peggio, per i poveri giapponesi, deve ancora venire. Il livello dei risparmi, infatti, è collassato e questo sta portando alla sparizione del tanto vantato surplus di conto corrente nazionale e alla non peregrina ipotesi, un domani, di dover liquidare tutti gli investimenti esteri per pagare i conti interni, bruciando un surplus creato in 50 anni.

Ma c’è di più, stando alle analisi di Toshihiro Nagahama, capo economista della Dai-Ichi Life Research, il rendimento del decennale nipponico, attualmente attorno allo 0,6%, potrebbe salire al 4%, un livello che non si vede dal marzo 1995, se il bilancio di conto corrente dovesse tramutarsi in deficit e il debito pubblico eclissasse i risparmi nazionali. Sapete cosa vuole il 4%? La fine. Inoltre, grazie all’Abenomics, tutto il mercato del debito pubblico nazionale è comprato dalla banca centrale, senza che nessuno operatore incroci più un singolo prezzo di quella carta. In parole povere, in Giappone si sta dando vita al buyback di tutto il debito pubblico e alla sua trasformazione in yen, moneta che però è destinata ad andare prima o poi da qualche parte: o in beni o in altra valuta. A quel punto, cosa ne sarà del cross yen/dollaro e yen/euro?

 


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