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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La nuova speculazione sul debito italiano

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Se poi, per caso, la Bank of Japan fosse costretta per qualsiasi motivo a dar vita a una sorta di “taper”, anche limitato, dei suoi acquisti, cosa succederebbe a chi ha comprato debito nipponico o altro nella certezza che tanto la banca centrale avrebbe ricomprato tutto senza fiatare sul mercato secondario? Se il cosiddetto “cigno nero” dovesse palesarsi, in questo ambiente di disconnessione e debolezza, cosa accadrebbe? Più o meno l’assenza di collaterale da coprire per qualcosa come 11 triliardi di dollari che implicherebbe un risk value, ad esempio sull’indice S&P 500 di New York, del 75%, ovvero il tonfo a quota 400 dagli attuali 1937.

Dobbiamo prepararci al peggio, sperando ovviamente che non si palesi. Perché le distorsioni sono davvero troppe e troppo profonde. Le banche centrali a livello globale stanno pompando le loro detenzioni di equities all’infinito, proprio perché il crollo dei rendimenti obbligazionari da loro stesse provocato sta intaccando i profitti delle loro detenzioni. Stando a dati dell’Official Monetary and Financial Institutions Forum, negli ultimi anni le banche centrali hanno perso tra i 200 e 250 miliardi di dollari in entrate da interessi sulle loro posizioni obbligazionarie a causa del crollo dei rendimenti e quindi hanno cambiato strategia, tanto che la Chinese State Administration of Foreign Exchange, braccio operativo della banca centrale che gestisce qualcosa come 3,9 triliardi di dollari, è oggi il più grande detentore di equities nel settore pubblico al mondo. E in Europa a fare la parte del leone, sono la Banca centrale svizzera e - udite, udite - Bankitalia.

L’istituto elvetico ha investito in equities il 15% dei suoi 480 miliardi di dollari di riserve monetarie estere, mentre l’istituto di Palazzo Koch ha gradualmente portato al 6% del totale la sua allocazione in equities nel portafoglio finanziario denominato in euro. Raggruppando insieme banche centrali, fondi sovrani e fondi pensione pubblici abbiamo un allocazione in equities negli ultimi anni di almeno un triliardo di dollari e se si contano anche le riserve auree, il settore pubblico a livello globale sovraintende assets per 13,2 triliardi di dollari: il socialismo reale al suo meglio. Insomma, istituti il cui compito sarebbe quello di mantenere la stabilità finanziaria in questi anni hanno operato in modo da creare potenziali rischi per la stessa: il volume così alto di equities e bonds detenuti da soggetti pubblici rappresenta una bomba a orologeria, perché con il volume di trading reale sul secondario ai minimi storici, se si scaricherà anche una sola parte di quella messe di prodotti sul mercato, chi li comprerà? A quale prezzo? E con quali conseguenze per la tenuta dei mercati stessi?