BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA/ Tango bond e Kirchner: l’Argentina va verso un altro 2001

Pubblicazione:sabato 21 giugno 2014

Cristina Kirchner (Infophoto) Cristina Kirchner (Infophoto)

Fino a oggi la situazione era tranquilla, ma ad accendere le polveri ci ha pensato il “geniale” ministro dell’Economia Alex Kicillof, le cui decisioni “rivoluzionarie” sono state dei flop colossali e le cui grida di trozkista memoria, quando i problemi riguardano faccende internazionali, si trasformano in decisioni talmente ortodosse da far impallidire i capitalisti più incalliti.

È stato così con la nazionalizzazione dell'impresa petrolifera YPF, che in epoca menemista era stata “privatizzata” dalla spagnola Repsol: venne di fatto sequestrata dallo Stato più di un anno fa, al grido di “Non pagheremo un peso!”. Peccato che poi Repsol abbia ricevuto 5 miliardi di dollari di risarcimento, una cifra superiore al valore della compagnia stessa. Replica con il Club di Parigi per il debito argentino: invece di contrarre un prestito al 2% di interesse presso questa entità si preferì nel 2002 rivolgersi a Chavez che sì, i soldi li prestò, ma nel frattempo, non pagando, l'interesse è salito a un “rivoluzionario” 17% e allora ecco l'accordo con l'entità bancaria tanto odiata e un piano per la restituzione del prestito che coinvolgerà chi, nel 2015, sostituirà Cristina.

Dicevamo che dopo il caso del sequestro della fregata “Libertad” la situazione era fondamentalmente tranquilla. La settimana scorsa però il giudice Thomas Griesa a New York, con una sentenza inaspettata (almeno a Buenos Aires), ha messo l'Argentina con le spalle al muro intimandole di pagare i danni di tutta l'operazione (circa 1,3 miliardi di dollari) ponendo come alternativa un default che metterebbe in ginocchio l'intero Paese. Lunedì scorso, in uno dei suoi interminabili monologhi televisivi a reti unificate, la Presidente Kirchner faceva eco a quanto già affermato dal suo ministro dell’Economia, minacciando di non pagare e creando lo slogan “Patria o buitres”, gridando all'estorsione.

Ciò ha provocato un terremoto finanziario, con una caduta della Borsa di Buenos Aires e l'innalzamento del cambio del dollaro, che ormai ha raggiunto quota 12,5 pesos. Con altissimo rischio di sequestri ulteriori di beni argentini (si pensi agli aerei della statalizzata Aerolineas Argentinas). Insomma, il Paese è alla vigilia di un nuovo 2001, anno nel quale l'Argentina in pratica fallì per lo scoppio della bolla finanziaria menemista, fatto che coinvolse il Governo del radicale De La Rua. Resta da capire il perché lo Stato argentino non abbia seguito l'esempio di quello americano, che al fallimento di Lehman Brothers emanò leggi che di fatto impedirono alla bolla finanziaria succedutasi al crac di venire totalmente nelle mani dei fondi speculativi, aiutando anche le banche che nel frattempo avevano iniziato a operarci.

Si sarebbe evitato un ulteriore tracollo, ma evidentemente ciò non era nei programmi di uno Stato che, invece di approfittare dei benefici effetti del settore agricolo dovuti all'innalzamento dei prezzi delle derrate alla Borsa di Chicago, oltretutto in una favorevole congiuntura economica, ha preferito dedicarsi ad altro, perdendo in modo alquanto ingenuo una delle più grosse occasioni economiche della sua storia.

Il giudice Griesa si è detto estremamente allarmato proprio dalle dichiarazioni rese dai massimi esponenti governativi argentini, che però, come da consumato copione, stanno trasformando le minacce in proposte di pagamento, anche perché il pericolo è che alla cifra sopra riportata si debbano aggiungere altri 10 miliardi di altre entità finanziarie. In questi giorni probabilmente si arriverà a un accordo, ma una cosa è certa: l'Argentina è ormai fallita in quella che molti osservatori locali definiscono la copia “progressista” del “liberalismo” menemista degli anni Novanta.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
23/07/2014 - Dove si trovano i nostri capitali estorti? (Silvano Rucci)

Non piangere più Argentina . . . . . lacrime di coccodrillo! Molti risparmiatori italiani hanno perso i loro capitali investiti e gli interessi da 13 lunghi anni: chi ha speculato su questo macro esproprio organizzato?