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SPY FINANZA/ I derivati che fanno arrossire Greenpeace

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Calcolando che l’income annuale di Greenpeace International è stato nel 2013 di 72,9 milioni di euro, con un budget globale di 300 milioni, buttare al vento quasi 4 milioni di euro con scommesse speculative non è cosa da poco. Tanto più che come altre grande charities, anche Greenpeace solitamente sigla contratti a tasso fisso sui cambi valutari con brokers che risultano essere terza parte dell’accordo, proprio al fine di coprirsi dai rischi di fluttuazione sui mercati dei cambi: cosa è accaduto stavolta? Un dipendente troppo zelante, che però per la stessa organizzazione ha fatto un errore ma per il bene dell’ente, oppure si voleva cercare di sfruttare a livello speculativo possibili guadagni, magari legati a turbolenze sui mercati emergenti o scontando un’azione della Bce che non c’è stata? Mistero, per ora sappiamo che Greenpeace in un comunicato ha sottolineato come sappia che «la nostra stessa esistenza è garantita dalla fiducia dei sostenitori e delle contribuzioni», dicendosi «determinata a dimostrare come quella fiducia non sia mal riposta».

Per l’organizzazione, chi ha agito «lo ha fatto al di là della sua autorità e senza seguire le procedure proprie. Chiediamo scusa pienamente ai nostri sostenitori e possiamo dire che non ci sono prove di arricchimenti personali». Nonostante questo, si terrà un’audit indipendente. Ciò che resta da capire è come e se i sostenitori potranno rifarsi per i soldi perduti, visto che anche se non erano investiti in senso stretto, questi rappresentavano una donazione la cui finalità di base è stata tradita con l’utilizzo di contratti derivati e non per finanziare campagne ecologiste: Greenpeace infatti vive di contributi volontari e le piccole donazioni sotto i 100 euro rappresentano il 90% del suo finanziamento. Ovvero, circa 40mila supporters hanno visto i loro soldi persi in operazioni speculative sui cambi, invece che sentirsi fieri per aver finanziato campagne di sensibilizzazione o assalti alle baleniere.

Un segno dei tempi, non c’è che dire, ma sicuramente anche una brutta scivolata di stile per chi sembra non contemplare nel suo dna l’esistenza stessa di certe forme di finanziamento e profitto. Sia chiaro, non condanno affatto l’operazione compiuta in sé - semmai l’errore marchiano di puntare su un euro svalutato - ma mi piacerebbe che certi atteggiamenti da integralisti finissero: si può fare del bene all’ambiente anche scendendo a patti con certe logiche. Altrimenti, quantomeno, si evitino predicozzi anticapitalisti a oltranza. E temo Greenpeace non sia l’unica organizzazione a fare ricorso a certe pratiche, legalissime ma azzardate e rischiose, nonostante in pubblico le condanni come il male assoluto e la radice stessa della crisi e dell’impoverimento del pianeta. Chi è senza peccato (finanziario), scagli la prima pietra. 

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