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GEO-FINANZA/ Iraq, lo "spezzatino" che fa gola agli speculatori del petrolio

Mentre in Iraq la guerra prosegue minacciosa, il prezzo del petrolio è salito. Cosa sta succedendo? C’è correlazione tra le due cose? Prova a rispondere PAOLO RAFFONE

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Quel che sta avvenendo sul prezzo del petrolio, che è salito da 105 a 113,5 dollari al barile, è un fenomeno normale nel mercato. Un normale effetto psicologico. La sensazione, forse un po’ esagerata, è che i problemi geopolitici in Medio Oriente riducano la disponibilità di petrolio, e quindi il prezzo tende a salire. È vero che le riserve mondiali sono scese da 100 a 80 giorni, ma è anche vero che nonostante le guerre chi controlla i pozzi deve e vuole vendere greggio. Quindi questo aumento di circa il 5% del prezzo del Brent ha tanto il sapore di una piccola speculazione che avvantaggia tutti produttori, Russia, Usa e Arabia Saudita inclusi. Voi non approfittereste della situazione?

Veniamo alla crisi in Iraq. Innanzitutto chiariamo che buona parte degli stati del Medio Oriente sono stati inventati e disegnati a tavolino dalle potenze europee circa 100 anni fa, quando l’Impero Ottomano fu sconfitto. Quell’allegra spartizione ai danni di tutte le popolazioni, etnie e religioni dell’area è durata fin troppo, prima grazie al colonialismo europeo e poi grazie all’intervento Usa che dal 1945 ha ereditato il tutto. Unici stati preesistenti allo spezzatino geopolitico sono l’Iran (Persia), sebbene con frontiere variabili nel tempo, l’Oman e lo Yemen, e un po’ fuori area dell’Etiopia. Tutto il resto in Medio Oriente e in Africa lo abbiamo inventato noi europei secondo logiche spartitorie che sono state poi mascherate dai principi dell’inviolabilità delle frontiere.

Concetti europei risalenti al concerto delle nazioni e ancor prima alla pace di Westfalia (1648). Ma i popoli d’Africa e del Medio Oriente che hanno a che fare con questi principi? Nulla, li hanno subiti e qualche volta le elite imposte dal mondo sviluppato ne hanno beneficiato (solo loro, però).

Quel che avviene in Iraq non è la solita riedizione delle guerre di religione inter-musulmane, la storica opposizione tra Sciiti e Sunniti, ma una rivoluzione antieuropea e antiamericana. Le prime avvisaglie si ebbero nel 1998 con gli attentati a Nairobi (Kenya) e Dar es Salam (Tanzania) contro gli americani alla fine degli anni ‘90. Poi, in grande stile, gli eventi dell’11 settembre 2001 (per la prima volta sul suolo americano). La risposta occidentale la conosciamo: guerra, e ancora guerra al terrore, ma anche alle leadership di quegli stati che abbiamo costruito e mantenuto noi stessi per decenni.

Mentre la linea teologica dell’insurrezione antioccidentale veniva progressivamente aggredita e smantellata (Al Quaeda), americani ed europei hanno pensato bene di fomentare rivolte “democratiche”, le famose “primavere”. Il risultato lo vediamo: ancor più instabilità, regimi dittatoriali, e un crescente odio contro l’Occidente, nuovamente “invasore”. In Iraq oggi si sta disfacendo l’ordine statuale imposto dagli occidentali. Chi lo fa non è un gruppo di esaltati teologi, ma una rete di ben formati e pragmatici guerrieri (che si sono formati in circa 40 anni, dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan). Il loro obiettivo è smontare gli stati fasulli e riappropriarsi delle loro tradizioni e risorse.