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SPILLO/ Euro, Merkel e Germania: le balle italiane sulla crisi

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Dati che se comparati con paesi dove la “cultura del settore pubblico” è dominante fanno in effetti qualche impressione. La Francia ha una forte base industriale e aziende di prim’ordine schierate nelle competizione globale. Tuttavia, sta subendo una forte contrazione della sua competitività a causa della sua significativa spesa pubblica che ha spinto in alto la pressione fiscale, di un mercato del lavoro rigido, del costo dello stesso relativamente elevato. L’Italia a questi problemi aggiunge, com’è noto ormai all’universo mondo, “una Pubblica amministrazione inefficiente, un sistema giudiziario che fa acqua, alti livelli di corruzione e di evasione fiscale”.

Questi due paesi, che insieme rappresentano quasi la metà del Prodotto interno lordo della zona euro si prevede che cresceranno quest'anno, rispettivamente dell0 0,8-1% (la Francia) e dello 0,2%-0,6% (l’Italia). Certo, nelle condizioni date da una rigida disciplina fiscale europea, che in particolare con il “two pacs” e il trattato sul “Fiscal compact” ha ingabbiato le pulsioni di spesa delle culture dominanti nelle due nazioni (e un debito pubblico che produce interessi per l’Italia tra i 75 e gli 80 miliardi l’anno), non è restato ai governi francesi e italiani che imbarcarsi in riforme che investano il lato dell’offerta, essendo lo stimolo della domanda a dir poco problematico (al netto di operazioni simboliche come fatto con gli 80 euro da Renzi).

Ma il punto è un altro e richiederebbe una qualche riflessione politica nel Bel Paese, che latita. Che latita perché latita o è afona in Italia una forza di massa genuinamente ispirata dalla cultura del “settore privato”. Non è per nulla un caso che le posizioni delle forze di centrodestra, Forza Italia in testa, durante questa crisi, siano state di fatto coincidenti con il “fuck austerity” della sinistra dei centri sociali. Negli anni centrali del governo Berlusconi, dal 2001 al 2009, la spesa corrente al netto degli interessi è passata da poco meno del 40% al circa 48% del Pil (anche, alla fine, a causa del calo del reddito nazionale) trascinando in alto, inevitabilmente, la pressione fiscale. Né si segnalano eclatanti atti di apertura dei mercati alla concorrenza in quei governi (neanche quelli dei “nemici” delle municipalizzate). Ma naturalmente l’aver sfiorato il crac finanziario e centrato il collasso economico, dopo aver goduto per molti anni di tassi sostanzialmente uguali alla Germania, è colpa dell’euro, della Merkel e di Barba Blu.

Oggi un dato da cui partire per ricostruire quell’area politica è prendere atto che semplicemente non esiste. Perché se vi fosse, si sarebbe certamente opposto alla vera e propria truffa del linguaggio che da noi ha sovrapposto senza residui il termine “rigore” a “tasse” , in un’endiadi che non ha pari in Europa. Avrebbe spiegato che nessuno dalle parti di Bruxelles ha chiesto il cilicio fiscale per i reprobi. Anzi. Sono proprio le vituperate autorità europee (con in testa la Bce) ad aver fatto e fare pressioni in direzione opposta. Ciò perché si ritiene meno intenso e più breve l’impatto sulla crescita della riduzione del deficit pubblico (per quanto pro-ciclico), con selettivi tagli di spesa, rispetto a quello frutto della leva fiscale. Ma non fa chic dire che la Bce o altre istituzioni europee erano e siano nel giusto.


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