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SPILLO/ Euro, Merkel e Germania: le balle italiane sulla crisi

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Qualcuno, appartenente a quella cultura, avrebbe chiesto se veramente questo Paese, al di là dei conati di spending review degli ultimi governi, abbia veramente conosciuto il “rigore” come lo intendono “gli altri”. Se sia serio brutalizzare quel termine in uno Stato in cui, sovente, la Pubblica amministrazione rappresenta un gigantesco ammortizzatore sociale, un reddito minimo di cittadinanza surrettizio, selettivo e permanente. Laddove circolano battute sul numero dei forestali che sopravanza quello degli alberi in parti del suo territorio. In cui un approccio lasco sui temi della corruzione fa galoppare i costi delle opere pubbliche.

Ora, tutte le ideologie sono veleno. Compresa quella liberale quando diventa tale. È vero che le riforme (che non abbiamo fatto) costano, come pure che, a un certo punto, il Paese è entrato in una crisi di liquidità e che era pertanto necessario mettere della benzina nel motore in panne. Ma il motore deve esserci ed essere dotato di forza propulsiva, durevole. Abbiamo sotto gli occhi decenni di politiche keynesiane che hanno prodotto un gigantesco debito che abbiamo accollato ai nostri figli e che alla lunga ha solo portato povertà. Abbiamo anche sotto gli occhi il più grande esperimento di imponenti politiche keynesiane condotto con accanimento per decenni e decenni in una parte d’Italia: il mezzogiorno. È il caso di allargare il modello economico alla restante parte del territorio? O piuttosto di prendere atto che un mondo è al tramonto, la schiavitù è finita ed è il caso di muovere le chiappe? 

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