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PAGELLA ITALIA/ Sei riforme per dire no a un'altra manovra

Pubblicazione:martedì 3 giugno 2014

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Economisti autorevoli e industriali ancora influenti come Carlo De Benedetti l’hanno detto e ridetto. Anche nel governo circola l’idea di un intervento sulle ricchezze oltre un certo livello. Se ne è parlato come misura di equità alla francese, ma potrebbe diventare qualcosa di simile a una super-imposta. Una strada sdrucciolevole sulla quale potrebbe franare quella piattaforma di fiducia e speranza emersa dalle elezioni, introducendo nuove tensioni e instabilità. Tuttavia, il diavoletto tentatore continua a girare tra i palazzi della politica.

Certo è che Renzi deve finirla con gli annunci per mettere mano, adesso, a leggi e provvedimenti. Il voto gli ha dato uno slancio insperato, al di là delle più rosee aspettative. Ora bisogna chiudere la riforma del mercato del lavoro impedendo che gli aspetti più innovativi vengano ridimensionati se non cancellati. Occorre dire una parola chiara su una spending review diventata come l’araba fenice. E c’è bisogno di stringere davvero sulle riforme istituzionali, dalla legge elettorale al taglio delle province, passando per la telenovela del Senato. Vasto programma, ma ancora non sufficiente. Perché il governo deve fornire una prova più convincente che ha attaccato sul serio il problema numero uno: la drammatica caduta dell’occupazione conseguenza della recessione e della pesante perdita di competitività.

“Un milione di persone in meno tra il 2007 e il 2013 quasi interamente nell’industria, il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato”, ha detto Ignazio Visco all’assemblea della Banca d’Italia. E ha aggiunto: “Aumenti di produttività e crescita dell’occupazione sono conciliabili se si riprende la domanda interna. La chiave è l’aumento degli investimenti fissi”. Dunque, il governo dovrebbe rilanciare gli investimenti. Quelli privati, innanzitutto, “migliorando il contesto in cui si svolge l’attività di impresa”, con un insieme coerente di misure. Le mosse più rilevanti restano la flessibilità nell’impiego di manodopera e la riduzione del cuneo fiscale, vincolate all’aumento degli investimenti perché le imprese, dice ancora la Banca d’Italia, si sono ritirate in se stesse come le tartarughe nel guscio.

Quanto agli investimenti pubblici, Renzi deve raccogliere le risorse disponibili (come quelle europee non sfruttate) e concentrarle su alcuni interventi chiave. Al primo posto c’è l’energia per ridurre la vulnerabilità dal gas russo e abbassare le bollette elettriche (e qui il governo deve chiamare a raccolta l’Eni e l’Enel). Subito dopo vengono le infrastrutture viarie, i porti e gli aeroporti, tutto quel che può migliorare la logistica, vera e propria chiave dell’efficienza, ancor più nelle società moderne. In terzo luogo, l’edilizia, che resta il volano della crescita (ovunque, anche negli Stati Uniti): un progetto di risanamento del tessuto urbano intervenendo su un patrimonio abitativo vetusto metterebbe in moto grandi risorse anche di lavoro. Per trovare le risorse si può far ricorso anche a prestiti straordinari o titoli speciali garantiti sul tipo delle cartelle fondiarie o di quelli che circolano negli Stati Uniti. Le banche avrebbero tutto l’interesse a prestare i soldi in queste condizioni.


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