BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ "L'equivoco" che mette in trappola l'Italia

Pubblicazione:lunedì 30 giugno 2014

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (Infophoto) Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Una lettura attenta della documentazione resa disponibile dopo l’ultimo Consiglio europeo - e pubblicata tra il 28 e il 29 giugno su gran parte della stampa economica italiana e internazionale - suggerisce che alla base delle dichiarazioni esultanti del Presidente del Consiglio Matteo Renzi al rientro da Bruxelles - e del silenzio che ha invece contraddistinto il ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan - c’è un malinteso. Non sta a un chroniqueur congetturare se all’origine dei due differenti comportamenti ci sia l’inesperienza del primo e la sagacia del secondo (che sta raggiungendo i 65 anni e ha grande dimestichezza con documenti internazionali). Si possono, però, fare deduzioni sulla natura del “malinteso” e sulle sue possibili implicazioni.

In primo luogo, Renzi è, in buona fede, convinto di avere “portato a casa” un impegno dei “Paesi-che-contano” alla sua proposta di un accordo politico “alto”, da formalizzarsi al Consiglio europeo in calendario a ottobre, tra “riforme e flessibilità”. Il prezzo pagato per questo impegno sarebbe il voto dell’Italia a favore di Juncker alla presidenza della Commissione. Alcuni sodali del Presidente del Consiglio parlano di “mossa cavouriana” riferendosi agli accordi di Plombières tra Regno di Piemonte e Secondo Impero Francese che portarono all’alleanza tra Torino e Parigi in vista della seconda guerra d’indipendenza.

Occorre, ridimensionare il tutto. I documenti europei vanno letti con cura. Senza dubbio, il Presidente del Consiglio italiano è un abile negoziatore e ha saputo estrarre qualche sorriso e più di una parola benevola ai suoi interlocutori (principalmente al Cancelliere tedesco Angela Merkel); tuttavia, i testi non fanno cenno ad alcuna deroga al Fiscal compact che l’Italia ha approvato con entusiasmo e ratificato in meno di 48 ore. C’è più di un riferimento - è vero - all’urgenza, non solo necessità, di attuare “riforme” e di non fare mancare risorse per le “riforme”. Di quale “riforme”, però, si parla?

In secondo luogo, come spiegato già su queste pagine, per rispondere a questa domanda occorre tenere presente che le riforme “istituzionali” comportano non solo un costo finanziario (per acquisire il consenso dei gruppi che, a torto o ragione, si considerano da esse danneggiate), ma anche un periodo di rallentamento dell’economia (perché tutti i soggetti economici si adattino alle nuove regole). Anche le riforme “economiche” implicano un costo (ancora una volta per ottenere i consensi necessari), ma non portano sempre a un rallentamento dell’economia, oppure, se ciò si verifica, è meno acuto, e meno prolungato, di quello inerente alle riforme istituzionali.


  PAG. SUCC. >