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FINANZA E POLITICA/ Fed e Bce, un ultimatum per l'Italia

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

A 40 giorni di distanza dalle grandi manovre della Bce, l’euro è al punto di partenza mentre i famosi mille miliardi proclamati da Mario Draghi, al netto dei rimborsi dei prestiti precedenti, servono appena a riportare la base monetaria al livello di due anni fa. Nel frattempo, a sottolineare che il credit crunch dipende più dall’assenza di domanda che non dalla scarsità di liquidi, le banche italiane non solo continuano nel deleveraging, ma restituiscono i fondi a Francoforte.

Il tempo scorre, ed è già tempo di exit strategy. La Federal Reserve ha annunciato che a ottobre, massimo dicembre, sarà esaurito il tapering ovvero si fermeranno gli acquisti di bond e altri titoli sul mercato. Sei mesi dopo (o al massimo nel prossimo giugno) la banca centrale americana potrebbe avviare una manovra per avvicinare il livello dei tassi a condizioni normali. E per l’Italia potrebbe finire la marcia di riduzione degli spread che, per ora, dovrebbe proseguire garantendo un recupero degli utili.

Bisogna sfruttare questi mesi, insomma. Con l’obiettivo delle riforme strutturali vere e non solo enunciate. E senza confidare troppo nelle alchimie della politica monetaria. Come ha notato Daniel Alpert, economista della scuola di Hyman Minsky, il Qe vene interrotto non perché ha raggiunto i sui obiettivi ma perché, al contrario, non è servito a granché salvo favorire la corsa delle Borse e degli immobili di lusso a vantaggio di ricchi che sono diventati in questi anni sempre più ricchi. Per uscire dalla recessione occorre andare alle sue radici: la sovrapproduzione che affligge il mondo o, se preferite, la scarsità di domanda.

Come fare? Un consiglio, a sorpresa, arriva da Larry Page, uno dei fondatori di Google: bisogna lavorare tutti di meno. Per la verità, ci aveva pensato già John Maynard Keynes negli anni Trenta.

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