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Economia e Finanza

FINANZA/ Sapelli: così Draghi consegna l'Europa alla "dittatura" tedesca

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Questa è la questione. Draghi cade nell’illusione monetarista che la creazione di liquidità, da sola, possa creare occupazione, tenendo fisso il tasso di cambio e impedendo, attraverso ogni svalutazione competitiva, qualsiasi possibile ricorso a politiche economiche alternative. Sappiamo bene che tutte le svalutazioni competitive erano e sono un’illusione, ma quello che io contesto della tesi di Draghi è che anche una politica economica di creazione di moneta, moneta unica, che giunge in aree territoriali e quasi statali (ormai) non uniche ma profondamente diverse possa risolvere la situazione.

Anche Draghi, così come lo era Padoa Schioppa, è ben consapevole di questa difficoltà. Ma, come Padoa Schioppa, risponde in modo sbagliato. L’ex ministro pensava che il free trade unito alla libertà totale del movimento dei capitali non poteva comporsi con un tasso fisso di cambio e nel contempo consentire delle politiche monetarie indipendenti su scala nazionale. Lo sbilanciamento macroeconomico sarebbe stato evidente. Come si doveva rispondere a ciò? Non eliminando le diversità strutturali di produttività, di attrattività territoriale, di livelli educativi, ecc., e quindi impegnandosi prima nell’unione politica e socialmente strutturale dell’Europa. Sarebbe stato un processo troppo lungo, e la voracità immediata delle banche d’affari non sarebbe stata soddisfatta.

Come Padoa Schioppa Draghi crede che una “community level governance” (una governance a livello comunitario) possa risolvere la situazione se non si ferma solo alla politica fiscale o all’unione bancaria, ma se si spinge sino alle riforme strutturali, ben prima che qualsivoglia unificazione socialmente strutturale sia raggiunta. Questa lecture è significativa non tanto per la sua ampiezza culturale, per le citazioni di Bodin e di altri autori non comuni nel lessico bancario, ma perché disvela esattamente qual è l’ordito culturale tanto di Draghi quanto del compianto Padoa Schioppa. E quest’ordito culturale non è affatto quello del liberismo, come credono in molti, e neanche del liberalismo. Il meccanismo culturale che si è affermato in Europa è la cosa più anti-crociana che sia mai esistita, ossia un pensiero politico economico che nega la distinzione tra liberismo e liberalismo e che è quindi l’essenza stessa di un pensiero anti-liberale che si è surrettiziamente diffuso negli ultimi anni grazie all’egemonia culturale che si è affermata in Europa, giorno dopo giorno, da parte dei seguaci tedeschi dell’ordoliberalismo.

Una teoria della politica economica che nessuno conosce ormai, perché nessuno legge più il tedesco ma solo la lingua delle moltitudini e non della cultura. Bisogna fare un po’ di storia del pensiero politico-economico. L’ordoliberalismo ha i suoi profeti giuridico-economici in Walter Eucken, Franz Bohm e Hans Grossmann-Doerth e trova la sua più completa esplicazione nel libro di Eucken, pubblicato a Berlino nel 1941, dal titolo “Die Grundlage der nationalökonomie”, che rimane la Bibbia dell’ordoliberalismo teutonico, anche oggi. Va detto subito, per evitare stupide e infamanti osservazioni, che i seguaci dell’ordoliberalismo erano tutti cristiani ispirati, antinazisti e che vissero tutti in esilio, alcuni in patria, rischiando ogni giorno la vita, altri all’estero, dalla Svizzera alla Turchia. Quindi non diciamo le solite sciocchezze. Il problema è che questi studiosi partecipano al grande dibattito sull’economia politica che vede opposti alla scuola storica tedesca di Schomoller i seguaci della scuola austrica di Menger, che rifiutavano la ricerca della singolarità dell’evento per seguire appunto Karl Menger, che ricercava appunto un approccio nomotetico nel corso del grande Methodenstreit che caratterizza il mondo tedesco negli anni Venti e Trenta.

L’ordoliberalismo nasce come reazione al disordine di Weimar. I seguaci di quella scuola hanno la convinzione che nessuna politica economica fondata sul libero mercato potrà avere successo e quindi non provocare inflazione se non si tradurrà in “ordini economici”, ossia in precetti costituzionali che fissino indelebilmente e per sempre la configurazione della politica economica della nazione. Lo Stato non deve fissare i prezzi, ma scrivere invece nella sua Costituzione che i prezzi non devono mai essere fissati ma che il libero mercato è il dogma assoluto che consente la libertà economica e degli individui. Una sorta di totalitarismo di mercato. Esso ha tra i suoi fondamenti un “ordine economico” che sancisce il divieto di debito pubblico e quindi in tal modo spinge a ricercare la libera concorrenza grazie alla produttività del lavoro, ponendo così le basi che, qualora quest’ultima non si realizzi, si raggiunga l’assenza di debito pubblico attraverso l’abbassamento costante dei salari, creando un mondo di poveri.